Nuovo disastro ambientale causato dall’ennesimo oleodotto rotto, questa volta a due passi dalla raffineria di Augusta-Priolo-Melilli, in provincia di Siracusa. La perdita di idrocarburi, stimata in ben 400mila litri tra gasolio e cherosene, sarebbe avvenuta la notte tra mercoledì e giovedì scorso. Ma fino all’indomani mattina nessuno se ne sarebbe accorto perché non vi sarebbero meccanismi automatizzati che rilevano eventuali cali di pressione nelle condutture.

Siamo a due passi dai cancelli dell’area archeologica di Megara Hyblaea e la conduttura che si è rotta collega la raffineria ISAB (LUKOIL-ERG) con la SASOL, azienda chimica sita all’interno del polo petrolchimico. Il tubo che si è rotto passa a pochi metri dal fiume Cantera, proprio a due passi dalla foce. Dal tubo al mare, quindi, è un attimo ma l’ARPA Sicilia giura che neanche un litro di cherosene sia finito nella rada di Augusta. Il fiume, però, è certamente stato contaminato e ha cambiato completamente colore.

Il sindaco di Augusta, Massimo Carrubba, ha commentato con durezza la vicenda:

Questa è la testimonianza che non esiste un controllo sistematico. Appare evidente che è necessario mettere in pratica una serie di interventi previsti dall’accordo di programma sulla chimica sottoscritto a Roma che prevede una serie di interventi di bonifica per migliorare la qualità dell’ambiente molto compromesso dalle attività industriali degli ultimi cinquant’anni.

È necessario che si esegua una ricognizione dettagliata di tutte le tubazioni interrate e non che sono tutte datate nel tempo. Le vigenti leggi non avrebbero certo permesso che una tubazione fosse interrata nelle immediate vicinanze di un corso d’acqua, a conferma che in passato si sono commessi troppi errori e abusato del nostro territorio con pochi scrupoli sull’ambiente che ci appartiene. Occorre mettere in sicurezza tutta l’area industriale e ridare tranquillità alla collettività.

L’ultimo incidente serio ad una conduttura petrolifera in Sicilia risale al 18 gennaio 2010, quando si ruppe l’oleodotto Ragusa-Priolo in territorio di Noto. In quel caso non fu resa nota la quantità di greggio fuoriuscita ma furono certamente colpite le campagne e le coltivazioni vicine. Più recentemente, il 10 marzo scorso, in Basilicata ci fu un’altra perdita di petrolio nel Comune di Bernalda (provincia di Matera) dall’oleodotto che collega il Centro Oli di Viggiano con la raffineria di Taranto. Secondo l’ENI, però, si sarebbe trattato di un sabotaggio.

Poi, sempre in Basilicata in zona Viggiano, ci fu il caso della diga del Pertusillo che è risultata pesantemente inquinata da idrocarburi. Ma l’ARPA ha ritenuto che il Centro Oli dell’ENI non c’entrasse nulla. Infine, ancora in terra lucana, il pozzo Gorgoglione 2 della Total è stato accusato di causare la moria delle galline e delle pecore in una zona di aperta campagna che, prima dell’inizio delle perforazioni petrolifere, mai aveva fatto registrare problemi agli animali.

11 giugno 2012
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I vostri commenti
Dcaliman, mercoledì 27 giugno 2012 alle15:44 ha scritto: rispondi »

In merito al pozzo gorgoglione 2 quando si tratta di creare strutture petrolifere in un territorio agricolo o densamente popolato come in Italia. bisogna eseguire come prevede la legge uno studio di impatto ambientale. Per prevedere a priori le potenzialità di inquinamento che investiranno fatalmente il territorio adiacente all'impianto. Si tratta di, una volta stabilito l'entità di intossicazioni dell'aria, delle colture e del cibo che da esse ne deriva, delle conseguenze della salute degli animali incluso l'uomo presenti sul territorio. Ne deriva che l'approvazione dello specifico insediamento debba tenere preventivamente conto della progettazione di un impianto di depurazione dell'acqua, della terra e dell'aria, che deve necessariamente sussistere prima che gli impianti petroliferi vengano messi in produzione. Questo perchè, nell'ipotesi in cui venissero avviati gli impianti, lasciando inquinare gli ambienti circostanti e successivamente come di prassi,venissero realizzati gli impianti di depurazione, l'esperienza insegna che poi non è più possibile rientrare dalle conseguenze della quota di inquinamento già avviata. Quello che ha caratterizzato l'estrazione petrolifera tradizionale era che i siti di produzione erano localizzati in ambienti desertici e in paesi del terzo mondo. Per cui l'inquinamento del deserto in assenza di attività agricola e di insediamenti umani non ha mai destato preoccupazioni. Ma adesso la nuova tecnologia di estrazione del petrolio dalle rocce frantumate o dalle sabbie bituminose ha trasformato la tecnologia di estrazione del petrolio in una attività caratterizzata dall'impiego e movimentazione di massicce quantità di acqua,  perchè necessaria a veicolare l'olio dal giacimento. Questo renderà l'estrazione del petrolio soggetto agli stessi problemi di inquinamento che già caratterizzano  alcune attività industriali che consumano e movimentano grandi quantità di acqua come le cartiere,le industrie conciarie, le tintorie tessili.

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