Tutti concordano sul fatto che la ricerca in merito all’impiego della perovskite nella produzione di celle solari sia la strada da percorrere per dare una spinta decisiva al mercato del fotovoltaico e, più in generale, a quello delle fonti rinnovabili. Se i test in laboratorio hanno già ampiamente dimostrato le potenzialità del materiale (in alcuni casi si è arrivati a superare il 22% di efficienza nella conversione della luce in energia pulita), resta un nodo da sciogliere: quello legato alla longevità.

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Un decadimento delle performance in tempi relativamente brevi rende la tecnologia ancora non adatta a un impiego commerciale e su larga scala. Una speranza concreta arriva dai laboratori dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne, dove il team guidato dal prof. Mohammad Khaja Nazeeruddin è riuscito a produrre una cella dalle dimensioni pari a 10×10 cm in grado di generare energia per oltre 10.000 ore consecutive: coprendo dunque un arco temporale che supera un intero anno, senza alcun decadimento in termini prestazionali, con un’efficienza delle celle solari stabilmente ancorata al valore di 11,2%.

I responsabili del progetto assicurano che i test sono stati condotti rispettando fedelmente gli standard previsti dall’industria e che il metodo di produzione è applicabile su larga scala.

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L’obiettivo è dunque ora quello di incrementare il grado di efficienza delle celle solari e rendere poi la tecnologia adatta a un impiego commerciale. Tra i vantaggi, come sottolineato nell’articolo comparso sulle pagine della rivista Nature Communications, i costi di produzione molto contenuti rispetto a quelli che caratterizzano gli impianti attuali.

L’iniziativa, portata avanti da EPFL in collaborazione con lo scienziato tedesco Michael Grätzel e con l’azienda Solaronix, si basa sull’impiego di celle solari ibride 2D/3D: questo permette di combinare la stabilità degli elementi bidimensionali alle performance di quelli tridimensionali, che assorbono l’intero spettro visibile della luce favorendo così la sua conversione in energia utilizzabile o immagazzinabile. Nei test condotti con questo approccio si è arrivati al 12,9% di efficienza con un’architettura basata su un substrato in carbonio e al 14,6% con materiale mesoporoso.

5 giugno 2017
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