Una requisitoria contro l’oro nero e le lobby petrolifere la cui azione rischia di pregiudicare le attese riposte nella rivoluzione verde promessa da Barack Obama.

Il documento “Orizzonte nero”, diffuso da Greenpeace dopo la catastrofe ambientale dovuta all’esplosione e all’affondamento della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, va giù duro senza fare sconti nemmeno al presidente degli Stati Uniti, colpevole di aver abolito la moratoria alle estrazioni petrolifere off-shore.

Le accuse principali però sono rivolte alla BP che con una operazione di “greenwashing” ha cambiato denominazione diventando Beyond Petroleum al posto dell’originario British Petroleum.

La compagnia, che ha affittato la Deepwater Horizon alla Transocean per la cifra di 500.000 $ al giorno, è responsabile di non aver adottato un sistema di bloccaggio del pozzo a distanza e di aver mentito diffondendo false informazioni sulla quantità di idrocarburi sversati in mare.

Probabilmente BP verrà chiamata in giudizio per rifondere gli ingenti danni causati all’ecosistema e all’economia della zona ma, sostiene Greenpeace, il precedente del disastro della Exxon Valdes, imputabile alla Exxon Mobil, dimostra quanto sia difficile ottenere giustizia e accertare fino in fondo tutte le responsabilità di una società petrolifera.

L’associazione ambientalista sottolinea inoltre come pericoli e rischi di inquinamento siano intrinseci alla produzione “sporca” di petrolio, ponendo attenzione non solo sugli eventi eclatanti delle maree nere ma su quelli meno appariscenti legati ai lavaggi delle cisterne e al funzionamento delle attività terrestri.

L’unica soluzione per eliminarli è passare finalmente alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica.

6 maggio 2010
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