Carenza di vitamina D come indicatore di rischio di morte prematura. Un nuovo collegamento tra la presenza della sostanza nell’organismo umano e lo sviluppo di patologie mortali è stato reso noto dai ricercatori del Copenhagen University Hospital, in Danimarca, attraverso uno studio pubblicato sul British Medical Journal.

La domanda dalla quale sono partiti i ricercatori è stata: la carenza di vitamina D è causa o effetto di uno scarso livello di salute? Come ha sottolineato uno dei ricercatori coinvolti nello studio, il Prof. Borge Nordestgaard del Dipartimento di Biochimica Clinica presso il Copenhagen University Hospital, in Danimarca:

Si tratta di una domanda importante, dal momento in cui milioni di persone al mondo assumono con regolarità integratori di vitamina D, presumibilmente con la speranza di prevenire lo sviluppo di patologie e di vivere più a lungo.

Durante lo studio sono stati analizzati i profili medici di 95.766 partecipanti, selezionati da tre precedenti studi: il Copenhagen City Heart Study, il Copenhagen Ischemic Heart Disease Study e il Copenhagen General Population Study. Dei soggetti sono state valutate le variazioni nei geni DHCR7 e CYP2R1, entrambi collegati alla riduzione dei livelli di vitamina D nell’organismo, insieme a potenziali fattori di rischio quali l’indice di massa corporea, la pressione sanguigna, i livelli di colesterolo, il consumo di alcol o l’eventuale vizio del fumo.

I ricercatori hanno riscontrato in circa 35 mila partecipanti, quelli con una carenza cronica di vitamina D, un aumento del rischio di mortalità per malattia pari a circa il 30% rispetto a chi mostrava valori nella norma, percentuale che arriva al 40% concentrando l’attenzione sulle sole patologie tumorali.

Malgrado i riscontri generali ottenuti, gli stessi ricercatori hanno mantenuto infine una certa cautela in merito a una possibile correlazione tra carenza di vitamina D, valutata in relazione ai livelli di concentrazione di 25-idrossivitamina D, e malattie cardiovascolari:

Questi risultati sono compatibili con la nozione che livelli geneticamente bassi di concentrazioni di 25-idrossivitamina D possono essere associate in maniera causale con la mortalità dovuta a tumori e altre cause, ma suggeriscono anche che l’associazione osservazionale con le malattie cardiovascolari possa essere frutto di confusione.

L’implicazione clinica dei nostri risultati resta limitata, allo stesso tempo i supplementi di vitamina D possono essere raccomandati solo dopo che i benefici siano stati mostrati in studi di ricerca randomizzati.

21 novembre 2014
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