È uno scenario positivo, in termini di prospettive legate alla sostenibilità ambientale, quello che emerge dal rapporto annuale “Boom and Bust 2017: Tracking The Global Coal Plant Pipeline”, ormai giunto alla sua terza edizione e stilato da Greenpeace in collaborazione con Sierra Club e CoalSwarm. Il dato più interessante è quello legato al forte decremento, registrato nel corso del 2016, del numero di centrali a carbone in fase di realizzazione.

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A causarlo sono stati diversi fattori: l’instabilità della politica industriale di alcuni paesi asiatici in primis. Le attività che precedono l’inizio della fase di costruzione (richiesta dei permessi, finanziamenti, progettazione) si sono ridotte del 48%, l’apertura di nuovi cantieri del 68% e il rilascio delle autorizzazioni addirittura dell’85% se si prende in considerazione un paese come la Cina.

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Vi è poi da segnalare la dismissione di una parte degli impianti già operativi. Tutti questi elementi spalancano le porte alla possibilità di contenere l’aumento delle temperature medie globali nell’ordine dei 2° C. Queste le parole di Lauri Myllyvirta, responsabile della campagna globale Carbone e Inquinamento Atmosferico per Greenpeace, nonché co-autore del rapporto:

Il 2016 rappresenta un autentico punto di svolta per il clima. La Cina, ad esempio, ha fermato la realizzazione di molte nuove centrali a carbone dopo che la fortissima crescita delle energie rinnovabili in quel Paese le ha rese superflue per il sistema energetico. Dal 2013, le energie pulite hanno in pratica colmato il deficit energetico cinese.

Ed è proprio nelle fonti rinnovabili che va cercata una strada alternativa da percorrere. In Occidente nel 2016 si è registrata una forte contrazione delle emissioni, sa negli Stati Uniti che nel Regno Unito, grazie allo stop di molte centrali a carbone.

Non si commetta però l’errore di pensare a quanto sta avvenendo come a un punto d’arrivo: dev’essere solo il primo step di un percorso più ampio e soprattutto globale.

Lo stesso rapporto di Greenpeace sottolinea come ancora ci siano molti paesi che non investono sull’energia pulita, preferendo continuare a puntare sul carbone: tra questi figurano Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Vietnam e Turchia. Anche la nuova amministrazione USA, guidata dal tycoon Donald Trump, ha dimostrato di essere poco sensibile alle tematiche ambientali.

23 marzo 2017
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