Quest’estate l’Us Geological Survey ha dato inizio ad un progetto di ricerca molto interessante, che sembra già aver avuto ottimi risultati, per risolvere l’annoso problema dei cambiamenti climatici. L’idea alla base del progetto è catturare e immagazzinare il carbonio nelle zone umide, come paludi, acquitrini, creando dei veri e propri pozzi di assorbimento.

L’assunto dell’esperimento parte da un principio molto semplice: mentre la distruzione delle zone umide potrebbe portare via via ad un vero e proprio disastro ecologico, la loro conservazione e la creazione di pozzi di stoccaggio per il carbonio potrebbe, come sembra confermato dai dati, migliorare i problemi climatici.

Se l’assunto sembra interessante viene normale chiedersi come ci si è arrivati? Tutto nasce da un principio scientifico molto semplice, dal momento che le zone umide sono sempre coperte d’acqua sono meglio predisposte all’immagazzinamento della CO2, questo fa si che l’ossigeno non penetri nel terreno e che la decomposizione batterica rimanga inalterata.

Ma in pratica cosa significa tutto ciò? Significa che tutto questo limita il rilascio di CO2 al minimo. Ora il progetto dell’US Geological Survey, partito dal delta del fiume Sacramento-San Joaquin in California, sembra aver catturato già un enorme quantitativo di carbonio (in media 3.000 grammi) superiore a quello che si ottiene normalmente da rimboschimento delle zone sottoposte a deforestazione.

I risultati, secondo quanto detto sin qua, sembrano assolutamente positivi, allora dov’è la magagna? Il fatto è che se la mancanza di ossigeno, presente nelle zone umide, aiuta a trattenere il carbonio, dall’altra parte questo fenomeno provoca il rilascio di metano. Un problema, direi, non da poco e che sicuramente frena gli entusiasmi dei ricercatori. La domanda da porsi ora è: si riuscirà ad ovviare a questo problema? In che modo?

20 novembre 2008
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