La COP20, la Conferenza ONU in cui si decideranno le sorti del clima mondiale dei prossimi anni è iniziata a Lima (Perù) pochi giorni fa e mai come in questo momento può servire a raccogliere i dati dei disastri causati dai cambiamenti climatici a livello globale, in particolare negli ultimi anni.

È proprio in questo momento che Legambiente ha deciso di presentare la “Mappa del rischio climatico” nelle città italiane, alla quale hanno contribuito le professionalità di TeamDev e di Esri Italia. Si tratta di una mappa interattiva in continua fase di implementazione, che raccoglie i dati relativi ai 112 gravi fenomeni meteorologici occorsi dal 2010 ad oggi, che hanno provocato pesanti danni negli 80 Comuni coinvolti.

Le cause sono divise per categorie: allagamenti, frane, esondazioni, danni alle infrastrutture, al patrimonio storico, provocati da trombe d’aria o da temperature estreme, ma tutte ascrivibili al surriscaldamento del clima e al modificarsi delle dinamiche meteorologiche globali.

I numeri non possono che far rimanere attoniti: 61,5 miliardi di euro spesi tra il 1944 e il 2012 per riparare ai danni da eventi calamitosi, molti concentrati dal 2010 in poi per le 30 alluvioni da piogge intense, i 25 casi di esondazioni fluviali, le 20 trombe d’aria, i 32 casi di danni alle infrastrutture e gli 8 in cui il patrimonio storico è stato duramente colpito.

I danni non sono stati solo al territorio, ma anche alle persone: a partire dai disservizi, con 29 giorni in cui metropolitane e treni urbani sono stati completamente bloccati, con 38 black out in tutto il Paese che hanno messo in gravi difficoltà i cittadini, fino ad arrivare alla morte di ben 138 persone che si sono trovate in condizioni di rischio elevato.

Tutto questo mentre i ritardi continui e la cattiva gestione hanno fatto approvare solo qualche giorno fa, in ritardo rispetto alle scadenze previste dalla Commissione Europea, un documento che contiene gli obiettivi generali che delineano la strategia nazionale di adattamento al clima. Il lavoro non è certo a buon punto però, dal momento che siamo ancora lontani dall’approvazione di un piano nazionale che permetta di utilizzare gli ingenti fondi previsti dal programma quadro dell’Unione Europea 2014-2020. Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, commenta così:

Proprio le aree urbane devono diventare oggi la priorità di politiche che tengano assieme prevenzione del dissesto idrogeologico e adattamento ai cambiamenti climatici. Politiche che attualmente viaggiano completamente separate e seppure il tema del dissesto è affrontato oggi da una task force presso la presidenza del Consiglio, il cambiamento nella dimensione dei fenomeni climatici è tale da far apparire inadeguata anche questa impostazione.

Quel che salta all’occhio da questa analisi, ed era lo scopo di Legambiente, è che questi fenomeni, legati ad eventi meteorici fuori dalla norma che accadono prevalentemente in ottobre e novembre, colpiscono perlopiù le città e creano conseguenze diverse a seconda del contesto. Questo è sicuramente causato dalla storia edificatoria di ciascun territorio, da come lo stesso viene gestito attualmente, oltre che da come vengono smaltite le acque nelle reti idriche locali: piogge di intensità simile si è visto hanno provocato in situazioni differenti danni non paragonabili.

Un esempio possono essere le alluvioni di Roma dal 2013 al 2014, dove i danni hanno superato di gran lunga le entità subite in altre zone del Lazio, dove i millimetri di pioggia erano stati anche superiori.

Fatto sta che oggi prevenzione del dissesto idrogeologico e adattamento ai cambiamenti climatici devono cominciare ad andare di passo, e produrre al più presto risultati, perché legati a doppio filo al destino dei 6 milioni di persone che abitano nell’81,2 % dei Comuni classificati come a elevato rischio idrogeologico.

3 dicembre 2014
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