I cambiamenti climatici sono sotto i nostri occhi, ogni giorno di più, ma le azioni per ridurli, per lo meno a livello globale, tardano a concretizzarsi. In alcuni casi ci si concentra di più sull’adattamento che sulla mitigazione, un po’ per la consapevolezza che cambiare il quadro politico, industriale e commerciale globale è davvero difficile, un po’ perché si ha la consapevolezza che siamo in ritardo e viene facile pensare che se anche l’impegno divenisse effettivo, forse non riusciremmo comunque a bloccare i danni al clima.

La resilienza ha senso però solo se associata all’azione, che riesca per lo meno a ridurre le conseguenze da affrontare. In ogni caso spesso prevale l’approccio pragmatico, alla ricerca di facili soluzioni. La geoingegneria potrebbe inserirsi in questo contesto, una sorta di soluzione espressa per correggere le anomalie climatiche, create proprio dal surriscaldamento del clima, ma che come dimostra uno studio del Regno Unito, finanziato con i fondi pubblici statali, potrebbe non essere così miracolosa.

Sono tre i progetti che vengono presentati oggi alla Royal Society di Londra e che hanno indagato aspetti positivi e negativi della geoingegneria: l’Integrated Assessment of Geoengineering Proposals (IAGP) dell’Università di Leeds, Stratospheric Particle Injection for Climate Engineering (SPICE) dell’Università di Bristol e il Climate Geoengineering Governance (CGG) dell’Università di Oxford.

I risultati evidenzierebbero come questa scienza sia molto più costosa e impegnativa di quanto precedenti stime indicavano e quanto i benefici sarebbero limitati. Già un rapporto della Royal Society, uscito in settembre 2009, dal titolo “Geoengineering the climate: science, governance and uncertainty”, lo sottolineava. Piers Forster, professore di Fisica dei cambiamenti climatici presso l’Università di Leeds, afferma:

Per esempio, quando si è simulata la polverizzazione di particelle di sale marino, nelle nuvole, per cercare di illuminarle, si è scoperto che solo poche nuvole sono sensibili e che le particelle tenderebbero a coagulare e cadere prima di raggiungere la base delle nubi.

I ricercatori SPICE hanno utilizzato dei vulcani come modelli per riprodurre l’effetto della geoingegneria solare che usa l’emissione di solfati in atmosfera, per riflettere più luce solare verso lo spazio, cioè quello che succede normalmente con le particelle rilasciate con l’eruzione dei vulcani.

Il progetto IAGP si è occupato di sondare la percezione pubblica relativamente a questo argomento, realizzando seminari e laboratori. Fine del CGG è stata invece la comprensione delle sfide in termini di regolamentazione e di governance che la geoingegneria pone.

I risultati convergono verso la percezione di una soluzione che non può essere preferita alle strategie di mitigazione del cambiamento climatico, come il miglioramento delle misure di efficienza energetica e l’incentivo delle tecnologie rinnovabili. La geoingegneria sarebbe inoltre, una soluzione molto rischiosa, dal momento che serve ancora un lungo percorso di sperimentazione per capire se sono superiori i vantaggi o gli svantaggi.

Le soluzioni più facilmente gestibili hanno dimostrato di essere quelle più difficilmente distribuibili a larga scala, a riprova del fatto che non sembra questa la strada giusta. Insomma, come afferma Steve Rayner, professore di Scienza e Civiltà presso l’Università di Oxford:

È quasi certo che la geoingegneria non sarà né una bacchetta magica, né il vaso di Pandora.

26 novembre 2014
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