Dopo i dati diffusi una decina di giorni fa da parte della Jma (Japan Meteorological Association) che hanno confermato tendenze da record nelle temperature del 2014, come era stato previsto, arrivano anche quelli della NASA, del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) statunitensi e del Met Office britannico, che non fanno altro che confermare una tendenza continua al rialzo.

È interessante come tutti questi studi, condotti indipendentemente l’uno dall’altro, arrivino in sostanza alle stesse conclusioni. NASA e NOAA indicano che le temperature, in tutto il mondo, rispetto al ventesimo secolo, sono aumentate di 0,8° C, raggiungendo il picco più alto degli ultimi 134 anni, cioè dal 1880 ad oggi.

Entrambe le agenzie rilevano la presenza degli anni più caldi, soprattutto a partire dal 2010. Si tratta di tendenze variabili a livello locale, che hanno visto una fase di stabilizzazione negli ultimi 15 anni, ma che sono ora in fase di accelerazione, a causa del continuo aumento di produzione antropica di CO2 a altri gas a effetto serra.

Questo ha tra i vari effetti anche l’innalzamento del livello dei mari. Vari studi si sono soffermati su questo tipo di conseguenze: tra gli ultimi quello della Banca Mondiale, che ha cercato di valutare gli effetti possibili di questo fenomeno in 136 città costiere a rischio.

Tra le città più in pericolo ci sarebbero Canton (Cina), Bombay, Calcutta (India) e Napoli. In Italia la Pianura Padana e la fascia costiera veneto-romagnola sarebbero le aree italiane più minacciate, mentre il delta del Po rientra tra le 10 zone critiche a livello globale secondo lo studio dell’Environmental Research Letters del British Institute of Physics.

Lo studio della Banca Mondiale rivela che il livello del mare sta crescendo del 60% più velocemente rispetto a quanto era stato calcolato nel 2007 da parte dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): non si tratta più di 2 mm l’anno, ma di 3,2 e un panel di scienziati europei raggruppati nel progetto “Ice2Sea” ha previsto un innalzamento del livello marino medio globale tra i 3,5 e i 36,8 cm entro il 2100, passato il quale continuerà a ritmo crescente.

Questo potrebbe segnare la vita di 600 milioni di persone che nel 2050 è previsto abiteranno le aree costiere in tutto il mondo. Posti come le Maldive, l’arcipelago Kiribati nell’Oceano Pacifico o le isole della Micronesia, potrebbero scomparire del tutto sommerse dalle acque.

Delta importanti come quello del Nilo in Egitto, quello del Gange-Brahmaputra in Bangladesh e India e quello del Mekong nel Vietnam sudorientale, potrebbero portare allo sfollamento di più di un milione di persone entro il 2050. Anche in Europa gli effetti sarebbero devastanti, soprattutto in quella del Sud. Sono 15 i Paesi UE in cui la superficie di costa è prevalente sul resto.

Qui si svolgono importanti attività economiche che valgono dai 500 ai 1.000 miliardi di euro, mentre è stata calcolata in 50 miliardi di dollari l’anno la spesa che sarebbe da affrontare a livello globale per difendersi solo dalle inondazioni, con perdite di 6 miliardi l’anno se non si dovesse intervenire affatto.

Alla fine per capire quale strada seguire nel fronteggiare questi fenomeni, basterebbe fare un’analisi costi-benefici di quello che ci aspetta e cominciare ad agire per frenarli quanto più possibile.

19 gennaio 2015
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