Gli ftalati sono composti chimici usati dall’industria per rendere la plastica più malleabile. Sono sostanze tossiche perché interferiscono con le funzionalità ormonali, alterandole. In Europa sono previste infatti delle restrizioni al loro uso: per giocattoli, articoli da toeletta e cosmetici.

Esiste un sistema europeo, il RAPEX, atto proprio a individuare componenti non sicuri nei prodotti, a esclusione però di quelli alimentari, farmaceutici e medicali, per i quali esistono altri sistemi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente la loro pericolosità e anche il Ministero della Salute italiano mette in guardia circa il rischio del contatto con queste sostanze.

I danni che provocano sono sotto analisi da molti anni. Studi passati li hanno associati ai problemi di asma e diabete, ma soprattutto si è visto che, producendo effetti analoghi a quelli degli ormoni estrogeni, creano femminizzazione del feto maschile e disturbi nello sviluppo dei genitali e dei testicoli.

Ora un nuovo studio, portato avanti dalla University of Rochester School of Medicine e presentato alla Conferenza annuale di Medicina Riproduttiva a Honolulu, rivela che il problema è anche femminile e che coinvolge anche aspetti legati alla psiche. Avrebbe cioè effetti nel ridurre il desiderio sessuale della donna.

La dottoressa Emily Barrett ha analizzato un campione di 360 donne incinte tra i 20 e i 30 anni, misurando il livello di queste sostanze nelle urine. Ne è risultata una correlazione tra la concentrazione di ftalati presenti nel corpo e il livello di libido posseduto prima della gravidanza.

Lo studio avrebbe dimostrato che le donne con le maggiori concentrazioni di ftalati avessero due volte e mezzo più probabilità di aver avuto problemi di desiderio rispetto a quelle con concentrazioni più basse. In pratica una maggiore esposizione a queste sostanze dà una maggiore propensione a dire di no al sesso.

È vero anche, come sostengono altri esperti, che il problema della libido è legato pure ad abitudini come quella di fumare, all’uso di farmaci, a gravidanze recenti e a varie situazioni psicologiche di stress. Un altro aspetto rilevante è però che nessun soggetto studiato era esente dalla presenza di questi composti.

Il problema è infatti che sono presenti ovunque, nella nostra casa e non solo, e tramite l’ingestione e la respirazione li possiamo assumere. Il rischio è elevato per i giochi dei bambini, ma anche per gli imballaggi o i contenitori per alimenti, che soprattutto se scaldati al microonde rilasciano ftalati nel cibo di cui ci nutriamo.

La soluzione sarebbe cercare di sostituire la plastica con altri tipi di materiali, meno tossici, come legno, vetro o tessuto. Oltre che aiutare la nostra salute, aiuteremmo anche l’ambiente.

22 ottobre 2014
Fonte:
Via:
Agi
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