Secondo alcune ricerche, la burocrazia legata all’immissione di una specie nelle liste degli animali in via di estinzione risulterebbe molto lenta. Purtroppo, l’inconveniente si è ripetuto per ben quarantadue volte, causando la perdita di una particolare specie animale o vegetale prima della corretta introduzione nell’Endangered Species Act. È il caso del gufo delle Isole Vergini, che ha aspettato cinque anni prima che la burocrazia facesse il suo corso, estinguendosi nel frattempo. Ma anche quello del passero delle Isole Amak, in attesa per otto anni, oppure della salamandra di Valdina Farms, con i suoi dieci anni. Nonostante la documentazione dedicata alla prevenzione e alla tutela esista dal 1973, le tempistiche legate sono spesso lente e macchinose. Con la Endangered Species Act:

[…]gli Stati Uniti si impegnano come stato sovrano nella comunità internazionale a conservare per quanto possibile le varie specie di pesci o di specie animali e vegetali in via di estinzione

Ma non sempre questo può accadere e il ritardo vanifica tutte le cure e le leggi create per preservare gli esemplari più fragili. Secondo i dati, alcune specie hanno atteso anche 12 anni per rientrare nella lista protetta, altre fino a trentasette anni. Un’eternità per animali che rischiano la vita proprio per colpa dell’ingerenza umana. Attualmente sono 417 le specie in pericolo estinzione che attendono il loro turno, così da beneficiare delle tutele proposte dalla Endangered Species Act.

Sicuramente la lista rossa è sinonimo di vita e cura, il suo operato è funzionale e molto utile. Ma sono le tempistiche a rendere il tutto più macchinoso e inefficace. Il Center for Biological Diversity, che ha condotto al ricerca, si impegnato nel velocizzare la procedura. Come primo step vuole citare in giudizio il Department of Fish & Wildlife, l’agenzia statunitense responsabile della gestione del vademecum in questione. Così da snellire la procedura, evidenziando al contempo la problematica.

15 settembre 2016
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