Sono passati 6 anni dall’entrata in vigore del trattato di Kyoto, qualcuno in più da quando quelle regole vennero scritte per la prima volta e firmate da centinaia di paesi. Solo con la firma della Russia, il 16 febbraio del 2005 è stato, infatti, possibile trasformare in legge, quelli che sembravano solo buoni propositi.

Non è un compleanno come gli altri e per capire questo basterà leggere gli obiettivi di quel trattato: una riduzione globale delle emissioni di 6 gas serra entro il 2012. Dunque, quello che è appena iniziato è l’ultimo anno disponibile per adeguarsi ai dettami del protocollo.

I gas in questione sono:

  • biossido di carbonio (CO2);
  • metano (CH4);
  • protossido di azoto (N2O);
  • idrofluorocarburi (HFC);
  • perfluorocarburi (PFC);
  • esafluoro di zolfo (SF6)

L’Unione Europea, che firmò il protocollo già ad aprile del 1998 (mentre il recepimento avverrà solo nel 2002), dovrà garantire una riduzione dell’8% delle proprie emissioni – con l’eccezione parziale dei paesi entrati nell’UE solo successivamente. Per fare ciò, però, ha potuto usufruire di varie tecniche di “commercio delle emissioni“.

Si tratta di uno dei tasti più dolenti di tutto il progetto, la possibilità di barattare il diritto ad inquinare con i paesi meno industrializzati.

A queste critiche, se ne sono aggiunte altre nel tempo, che hanno sottolineato la non sufficienza del protocollo – i cui effetti sono stati di certo castrati dalla non adesione di Australia e USA, quest’ultimi campioni dell’inquinamento mondiale – a fronte dei disastri climatici cui soprattutto i paesi del terzo mondo devono ogni anni far fronte.

Ciò che salta agli occhi è la difficoltà di gestire un ambientalismo dal punto di vista di uno sviluppo industriale fondamentalmente liberista. A Cancun, poco più di un anno fa, la delegazione bolivianaha respinto un accordo non vincolante nei fatti animato da uno spirito simile a quello di Kyoto – pur se ancora più all’acqua di rose. La motivazione di questo voto contrario, illumina probabilmente i limiti cui tendono purtroppo i vari trattati ambientali internazionali:

Le nazioni più ricche non offrono niente di nuovo in riduzione di emissioni o di finanziamenti, hanno cercato di invertire la marcia degli accordi esistenti e di includere tutte le scappatoie per diminuire i loro obblighi di attuarli. Mentre le nazioni in via di sviluppo si confrontano con le peggiori conseguenze del cambiamento climatico hanno ridotto le loro ambizioni, ci hanno offerto in cambio il “realismo” di gesti vuoti. Le proposte da parte di Paesi potenti come gli Stati Uniti sono state trattate come sacrosante, mentre quelle delle nazioni in via di sviluppo come la Bolivia sono usa e getta. Gli accordi sono sempre a spese delle vittime, invece che dei colpevoli del cambiamento climatico.

16 febbraio 2011
I vostri commenti
Yukari4288, giovedì 24 febbraio 2011 alle13:02 ha scritto: rispondi »

quoto maria. e meno male che secondo il piano Clinton-Blair in 50 anni si doveva chiudere il buco dell'ozono. -.-'

maria, giovedì 17 febbraio 2011 alle8:29 ha scritto: rispondi »

" Il commercio delle emissioni" ha fatto cadere le braccia a parecchi di noi che speravano, nonostante la contrarietà degli USA, di guadagnare qualcosa in termini di riduzione della concentrazione di gas nocivi.

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