Sono trascorse circa tre settimane dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon e la situazione non è ancora sotto controllo. Si fa sempre più assordante il grido di protesta delle popolazioni locali che stanno assistendo impotenti alla deturpazione dell’intero ecosistema del Golfo del Messico.

Nella giornata di ieri British Petroleum (che intanto guadagna il 2% sulla borsa londinese) ha però annunciato un passo in avanti nelle operazioni, comunicando di aver portato a termine con successo il posizionamento di un tubo dal diametro di 15 cm e lungo 1,6 Km, per far sì che parte del greggio venga recuperato da un tanker in superficie. Non è comunque dato a sapere quanto questo possa porre freno all’ondata nera che ha ormai raggiunto le coste della Louisiana.

L’impatto ambientale del disastro potrebbe essere anche più grave di quanto fino ad oggi ipotizzato. Anziché essere 5.000 i barili dispersi in mare ogni giorno, le ultime stime parlano di una fuoriuscita che oscilla tra i 25.000 e gli 80.000 barili riversati quotidianamente nelle acque, con conseguenze facilmente immaginabili.

Il Dipartimento di Sicurezza americano intanto ha chiesto ufficialmente a British Petroleum maggiori dettagli in merito a come intende coprire le spese necessarie al contenimento e alla pulizia della sempre più estesa macchia nera, dopo che nei giorni scorsi Tony Hayward, numero uno della società, aveva promesso di poter sostenere tutti i costi legati al ripristino delle adeguate condizioni ambientali e al risarcimento dei danni causati in conseguenza all’esplosione.

Gli ultimi aggiornamenti in merito giungono dalle pagine Ansa, secondo le quali il pozzo verrà definitivamente sigillato entro un massimo di dieci giorni, dapprima iniettando fanghi pesanti e poi con una copertura permanente in cemento.

17 maggio 2010
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