La piaga del bracconaggio non sembra trovare alcun freno, soprattutto in Africa, dove ogni giorno decine di animali vengono uccisi per alimentare il commercio illegale di avorio, pelli e altre parti molto ambite in Asia. All’aumentare dei controlli, tuttavia, sembra che i malintenzionati stiano trovando nuove vie per agire indisturbati: di recente, ad esempio, è stato scoperto come i bracconieri stiano tentando attivamente di sottoporre ad hacking i dispositivi GPS, usati per il monitoraggio delle specie protette.

È quanto rivela una nuova ricerca, condotta da diverse università e pubblicata sulla rivista scientifica Conservation Biology, che dimostra come i bracconieri abbiano a disposizione delle tecnologie in grado di intercettare i segnali GPS inviati dai dispositivi installati sugli animali. Non è però tutto, poiché pare che in alcuni casi i cacciatori di frodo siano stati in grado di rimuovere o modificare gli stessi device, per poter agire indisturbati nell’uccisione degli esemplari.

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Le tecniche sono molto affinate, tanto che si parla esplicitamente di “cyber bracconaggio”. Ad esempio, di recente i server di un gruppo di protezione indiano sono stati ripetutamente sottoposti a tentativi d’accesso indesiderati, per ottenere informazioni riservate su alcune tigri del Bengala dotate di costosi ricevitori GPS. Ancora, in Australia alcuni cacciatori di frodo sono riusciti a scovare, intercettando gli spostamenti di alcuni esemplari protetti, un luogo remoto d’incontro fra grandi gruppi di squali.

La ricerca, tuttavia, non vuole demonizzare l’uso di queste tecnologie, bensì stimolare un dibattito internazionale per migliorarne la sicurezza. Il rischio, infatti, è quello che si decida di rinunciare a strumenti preziosi dettati dalla paura, riducendo così il controllo sugli animali a rischio. A oggi, la possibilità di monitorare via satellite le specie selvatiche è essenziale non solo per assicurarne la sopravvivenza, ma anche per studiarne i flussi migratori, nonché il comportamento in relazione alla modifica degli habitat nonché all’aumentato rischio dovuto alle attività dell’uomo.

14 marzo 2017
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