Bitcoin, la moneta virtuale nata sul Web, è in questi giorni al centro di furenti discussioni sui media. Il suo valore è crollato in pochi giorni di oltre il 50%, il tutto a causa di una bolla speculativa e dell’assenza di un organismo centrale che ne controlli l’emissione e, di conseguenza, anche la sua inflazione.

Così gli economisti si danno battaglia virtuale e reale per stabilire i limiti di una moneta in un regime di deregolamentazione e, senza ombra di dubbio, il crack delle ultime ore è certamente la prova più evidente dell’inconsistenza di certe teorie complottiste sull’emissione del denaro, il ruolo del banche centrali e molto altro ancora. Al di là delle questioni economiche, però, vi è un fattore davvero preoccupante che non ha ancora trovato grande spazio sui media tradizionali: Bitcoin è una sistema altamente inquinante.

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Può sembrare un paradosso trattandosi di denaro fatto di codici binari e bit, eppure l’evoluzione di Bitcoin sta determinando situazioni di ipotetico disastro ambientale. Come? Con la pratica del Mining.

Senza pretesa di essere esaustivi, il Mining non è altro che il processo di emissione della moneta. Anziché esistere una banca centrale che gestisce la circolazione del denaro, Bitcoin sfrutta un sistema di generazione sulla base di complessi algoritmi, pensati per arrivare alla creazione massima di 21 milioni di Bitcoin entro il 2034, quando l’emissione cesserà del tutto. Per farlo, servono delle macchine dalla potenza dedicata, per sei emissioni all’ora di circa 25 Bitcoin ciascuna. Il processo è volutamente complesso, non a caso il nome rimanda all’estrazione di minerali (una pratica tutt’altro che semplice), per evitare che venga distribuita troppa moneta e vi sia, di conseguenza, una rapidissima svalutazione. Fatto peraltro accaduto nonostante queste riserve.

Sono centinaia di migliaia i computer dedicati al Mining in tutto il mondo, tanto che Blockchain.info ne ha calcolato i costi in termini di consumo energetico: ben 147.000 dollari in energia elettrica ogni 24 ore. Nei periodi di maggiori picco, l’hardware dedicato al mining richiede 982 megawatt ora nell’arco di una sola giornata, la potenza consumata da 31.000 abitazioni statunitensi, l’esatta metà dell’energia necessaria al Large Hadron Collider di Ginevra. I critici affermano si tratti di stime sovrastimate, effettivamente il calcolo è fatto su circa 15 centesimi di dollaro per kilowatt ora, un costo rilevabile solo in alcune aree della California, ma si tratta comunque di un grande impatto sull’ambiente.

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Un consumo energetico disastroso, evitabile e opinabile, soprattutto perché il Mining rimane oggi un’attività del tutto lucrativa. L’emissione di moneta, sebbene sia a scadenza e limitata nel tempo, non avviene tramite investimenti così come succede per le banche centrali, bensì è assegnata in via semi-casuale agli utenti che hanno attivato l’apposita funzione nel client. Semplificando al massimo, un Bitcoin generato non corrisponde alla produzione di un servizio, è puro guadagno per chi lo riceve.

Così come sottolinea Ars Technica, le società moderne hanno progressivamente abbandonato il sistema aureo nella creazione della moneta per evitare lo sfruttamento indebito di risorse scarse, quali l’oro e l’argento. Bitcoin non fa altro che tornare al passato: nonostante non estragga minerali preziosi dalle miniere, consuma una risorsa costosa e pesante in termini di CO2 emessa come l’energia elettrica. Così come il premio Nobel Paul Krugman sottolinea, citando Adam Smith, Bitcoin è un terribile salto nel passato per la gestione del denaro:

“La fondamentale follia dell’affidarsi alla moneta d’oro e d’argento, che assolve solo a una funzione simbolica, assorbe risorse reali nella sua produzione ed è per questo che sarebbe intelligente sostituirla con valuta di carta”.

Eccoci ora qui nell’era dell’alta tecnologia informatica, dove la gente pensa sia intelligente, anzi all’avanguardia, creare una sorta di moneta virtuale la cui creazione richiede uno spreco di risorse reali, una metodologia che già Adam Smith considerava sciocca e fuori moda nel 1776.

Fonti: Bloomberg | Ars Technica | Blockchain

15 aprile 2013
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