Bitcoin e fotovoltaico, incontro tra moneta elettronica e rinnovabili?

Affiancare fonti rinnovabili come il fotovoltaico al Bitcoin-mining per ridurre costi energetici e impatto ambientale delle moneta elettronica. A suggerire il connubio è Tam Hunt, esperto statunitense di fonti verdi e in particolar modo di energia solare, secondo il quale le risorse energetiche potrebbero persino trasformarsi da voce di costo in un possibile guadagno.

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Ingente al momento la richiesta energetica che deriva dalle operazioni di mining (ricerca ed elaborazione di dati che sfrutta computer e server sparsi nel mondo per lo svolgimento di calcoli estremamente complessi che analizzano e registrano le transazioni) necessarie alla generazione di Bitcoin. Si parla finora di un consumo annuo stimato intorno ai 7-8 TWh, ma destinato nei prossimi anni a crescere in maniera considerevole. Ecco quindi che la scelta di soddisfare tali fabbisogni attraverso fotovoltaico e in generale fonti rinnovabili potrebbe risparmiare all’ambiente notevoli quantità di CO2.

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Un adeguato ricorso al fotovoltaico consentirebbe, sostiene Hunt, di assorbire i costi relativi al consumo energetico richiesto dal Bitcoin-mining e di utilizzare l’energia prodotta in eccesso come fonte di profitto. Il che potrebbe in alternativa realizzarsi utilizzando per tali operazioni l’elettricità generata dalle rinnovabili nei momenti di minore richiesta della rete, quando alcune compagnie produttrici la cedono a prezzi “negativi” per evitare di giungere al blocco, totale o parziale, degli impianti fotovoltaici o eolici.

Ulteriore opzione secondo Hunt è quella che porterebbe le compagnie di mining a stipulare contratti PPA (Power Purchase Agreement) con gli operatori del fotovoltaico, utilizzando quindi localmente l’energia limitandosi a quella effettivamente necessaria all’esecuzione degli algoritmi sfruttati nel mining.

14 settembre 2017
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