Falsi prodotti bio tra agricoltura e cosmesi. Di questo si è parlato nell’ultima puntata di Report, durante la quale Milena Gabanelli ha presentato numeri e testimonianze sulle produzioni biologiche di riso e cosmetici. Più di un dubbio è stato sollevato sia sulle modalità di produzione che di certificazione del prodotto finito.

Il primo passo è l’analisi del panorama dei “bio furbi” per quanto riguarda il settore del riso biologico. Su tutte le furie sono soprattutto i produttori convenzionali, che lamentano una concorrenza insostenibile da parte dei presunti falsi produttori bio. Polemiche che sembrerebbero suffragate dai numeri presentati a inizio trasmissione:

  • Riso bio: circa 570mila quintali, per un rendimento di 67,84 quintali per ettaro;
  • Riso totale (Bio+Convenzionale): 137,45 milioni, per un rendimento di 65,6 quintali per ettaro.

Riso: quanto c’è di bio?

Contrariamente a quanto ritenuto da esperti, ConfAgricoltura e risicoltori, che dichiarano come normale un rendimento del bio inferiore al convenzionale, il biologico risulterebbe avere una resa maggiore pur non potendo utilizzare pesticidi e diserbanti nel trattamento delle piante parassitarie.

Il sospetto di alcuni produttori convenzionali è che esistano dei coltivatori che non rispettano i criteri previsti per il bio riuscendo però a farla franca. I controlli vengono perlopiù eseguiti sul prodotto finito, come accade ad esempio presso la Borsa delle Merci, che analizza il chicco di riso destinato alla trasformazione.

Gli esiti del controllo sui prodotti bio sono negativi per quanto riguarda pesticidi e fitofarmaci, come spiegato dagli stessi addetti ai lavori, così come tuttavia accade anche per i normali prodotti convenzionali. Nessuna differenza sembrerebbe esservi quindi, malgrado ben diversa appaia la quotazione per tonnellata: 250 euro per il convenzionale e 750 euro per il riso bio.

Nell’occhio del ciclone si troverebbero secondo Report il sistema di controlli e le aziende “miste”, che producono quindi sia riso bio che tramite coltivazione convenzionale. Un controsenso quest’ultimo che attira su di sé le ire sia dei produttori industriali che biologici: più agevole sarebbe per i produttori “misti”, grazie anche alla complessa e tutt’altro che fluida macchina dei controlli, la possibilità di aggirare le normative previste.

Il sistema dei controlli viene gestito dalla Regione, che delega alle Province l’attuazione effettiva dei controlli sul territorio. Avviene però che gli enti locali affidino le certificazioni a controllori esterni, somministrando alle aziende un questionario con domande mirate “a certificare la corretta verifica da parte dell’ente certificatore”.

Non risulterebbe possibile inoltre procedere, da parte delle Province, ad atti sanzionatori nei confronti dei soggetti eventualmente trovati in difetto. Possibile unicamente il sollevamento di rilievi, da indirizzare alla Regione e all’ente certificatore.

Lo stesso difetto risulta infine assai poco facile da dimostrare, spiegano alcuni addetti provinciali, sia per i lunghi tempi di attesa prima delle verifiche, che forniscono agli eventuali produttori in difetto di sistemare ogni possibile contraddizione, sia per la tempistica di degrado di pesticidi e diserbanti: da un minimo di 2-3 giorni a un massimo ci circa 2 settimane.

Questo si traduce nella pressoché totale impossibilità da parte dei controllori di riscontrare eventuali irregolarità, questo a meno che il controllo non avvenga in corrispondenza dell’impiego di prodotti chimici diserbanti, che come ricordiamo sono vietati nella coltivazione bio. Un controllo che avviene a campione e in media uno o due mesi dopo il periodo in cui dovrebbero essere utilizzati i pesticidi.

Questione legata a doppio filo alla tipologia di aziende miste, che producono quindi sia riso secondo metodi convenzionali che attraverso l’agricoltura biologica. Ben diverso risulta invece il panorama delle coltivazioni ottenute soltanto attraverso tecniche bio.

In Piemonte risultano ad esempio soltanto 3 aziende che richiedono, in quanto coltivazioni bio, fondi europei per la produzione. I controlli sono anche per loro a campione, ma dato il numero ristretto tendono a essere più frequenti. Inoltre vengono analizzati non solfato i chicchi già lavorati, ma anche parti della pianta e delle radici.

Il rendimento si attesta per loro sui 35 quintali per ettaro, ottenuti grazie alla tecnica della rotazione dei raccolti, ben inferiori alle media presentata in avvio (67,84 quintali/ettaro).

Cosmetici bio tra normativa ed etichettatura

I problemi del biologico nel settore cosmetici non risiederebbero, come per il riso, nella produzione quanto nella pressoché mancanza di una regolamentazione specifica. Un vuoto normativo che lascia scoperto, secondo l’indagine di UnionCamere, un comparto bio con un fatturato in Italia per il 2014 di circa 400 milioni di euro (+8% rispetto al 2013) e do 13 miliardi di dollari nel mondo.

Da un lato esistono aziende che realizzano prodotti realmente bio, attraverso coltivazioni a mano e metodi naturali per la cura del terreno (equiseto contro batteri e funghi, ortica per la rimineralizzazione), ditte che rispecchierebbero quindi a pieno le attese di molti dei consumatori che si avvicinano al biologico.

Dall’altro vi sarebbero invece anche una volta i “bio furbi”, come ha spiegato il chimico industriale Fabrizio Zago, che farebbero leva su un sistema di etichettatura poco chiaro (ad esempio con l’utilizzo della dicitura “bio” all’interno del nome del prodotto) per sfruttare l’attrattività del biologico senza tuttavia rispettarne i requisiti. Fare attenzione alla lista degli ingredienti è il primo metodo per difendersi, seppure spesso ci si trovi di fronte a nomenclature di difficile decodifica da parte del cliente finale.

La necessaria chiarezza non arriva però neanche dalle stesse aziende preposta al controllo, intorno alle 6 o 7, ognuna delle quali applica un suo differente protocollo di giudizio: il risultato è che un prodotto certificato dall’ente X potrebbe risultare fuori “norma” per l’ente Y.

Non condivisibili risulterebbero anche gli utilizzi dei marchi “nichel tested”, “non testato sugli animali” e “gluten-free”. Nei primi due casi si tratta di pratiche già vietate a norma di legge su tutti i prodotti venduti, ma non solo: il marchio relativo al nichel afferma soltanto che il cosmetico è stato testato, ma non garantisce che contenga quantità di metallo inferiori a quelle presenti negli articoli di cosmesi che non lo riportano.

Discorso a parte merita infine il marchio “gluten free” per i cosmetici, che appare inutile alla luce di quanto affermato dall’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ovvero che l’intolleranza al glutine può causare problematiche solo in relazione a una sua introduzione nell’intestino attraverso il consumo di prodotti che contengono tale sostanza.

15 dicembre 2014
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I vostri commenti
Fabrizio, lunedì 15 dicembre 2014 alle9:02 ha scritto: rispondi »

sarebbe bello fare un confronto con prodotti e certificazioni di altri paesi europei. Questo Paese si merita tutto quello che sta accadendo. Il fondo del barile è ancora lontano

tommaso, lunedì 15 dicembre 2014 alle3:33 ha scritto: rispondi »

falso, tutto falso. Siamo solo la Repubblica delle Banane....e se proprio lo desiderate, delle Banane Bio.

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