C’è un’altra emergenza nel Sud-Est asiatico, paragonabile a quella causata dalle coltivazioni di palma da olio. Si tratta di un boom registrato nella crescita delle coltivazioni di alberi da gomma. Tutto deriverebbe da un aumento delle richieste legate al settore degli pneumatici e quindi collegato al tipo di mobilità che risulta ancora prevalente nel mondo occidentale e non solo.

È previsto un aumento da 4,3 a 8,5 ettari di superficie coltivata con queste specie, entro il 2024, per soddisfare la richiesta futura. Si, perché ben il 70% del consumo di gomma naturale deriva proprio dall’industria degli pneumatici. Lo rivelano i dati di uno studio realizzato dall’Università dell’East Anglia (UEA).

Per capire l’entità e le implicazioni di questo problema basti pensare che nemmeno le aree protette sono state risparmiate: tra il 2009 e il 2013, oltre il 70% dei 75.000 ettari dello Snoul Wildlife Sanctuary in Cambogia, sono stati concessi alla conversione a piante da gomma.

Questa conversione metterà a rischio sia le foreste, aggiungendosi al problema della deforestazione legata alla richiesta di olio di palma, che l’incredibile varietà delle specie presenti in queste zone.

Si parla di Vietnam, Cina sud-occidentale e Filippine. La ricercatrice Eleanor Warren-Thomas, della Scuola di Scienze Ambientali che fa capo alla UEA, racconta che:

È stata rilevata una crescente preoccupazione che riguarda il passaggio di uso del suolo per la coltivazione di gomma, perché può avere un impatto negativo sul suolo, sulla disponibilità di acqua, sulla biodiversità, e anche sui mezzi di sussistenza delle persone.

Macachi e gibboni si sa che scompaiono completamente dalle foreste che vengono convertite in gomma, e la nostra analisi mostra che il numero di uccelli, di pipistrelli e delle specie di scarabeo possono diminuire fino al 75 per cento.

A gennaio 2015 è stata lanciata la Sustainable Natural Rubber Initiative (SNR-i), per introdurre quello che finora non c’era stato: la possibilità di distinguere tra coltivazioni sostenibili e non.

Per portare avanti questo progetto serve però l’appoggio delle grandi case produttrici e un’attenzione a questi temi a livello mondiale. Si vorrebbe insomma arrivare ad una vera e propria certificazione di sostenibilità.

21 aprile 2015
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