Dal 2009 la Commissione Europea sta puntando molto, in tema di rinnovabili sui biocombustibili. Per quanto riguarda i biocombustibili di prima generazione però il mondo ambientalista ha avuto parole pesanti e forti dubbi nei riguardi del consumo di suolo fertile, utilizzato per colture finalizzate alla produzione di energia. Ora diventa più concreto il dubbio che in effetti questi combustibili rinnovabili non siano proprio amici dell’ambiente.

Uno studio dell’associazione europea Transport&Environment ha effettuato un complesso approfondimento della questione, che va oltre le ricerche effettuate dalla Commissione e fa un confronto concreto tra le emissioni di gas serra prodotte da vari tipi di biocombustibili e quelle da diesel fossile, tenendo conto per esempio anche delle emissioni provocate dall’uso di trattori e fertilizzanti.

La Commissione Europea aveva pubblicato a marzo del 2015 il rapporto GLOBIOM (Global Biosphere Management Model, dal nome del modello scientifico utilizzato), titolo: “The land use change impact of biofuels consumed in the EU”. Questo studio aggiungeva, rispetto a studi precedenti, anche le emissioni dovute al cambiamento d’uso dei suoli necessario per raggiungere i target fissati in termini di utilizzo per i singoli Stati Membri di biocarburanti, nel quadro generale delle rinnovabili.

I target erano stati fissati nel 2009, anno in cui la Commissione Europea aveva emanato la Direttiva sulle energie rinnovabili (RED) che prevedeva per ogni Stato Membro, un obiettivo del 10% di energia da fonti rinnovabili, da raggiungere entro il 2020. Di questa quota i successivi Piani di Azione per le Energie Rinnovabili nazionali avevano stabilito che il 9,4% dovesse provenire da biocarburanti.

Già nel 2011 però uno studio condotto dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI) era arrivato alla conclusione che l’ILUC (Indirect land-use change), cioè il cambio d’uso dei suoli comportato soprattutto dai biocombustibili di prima generazione, era davvero gravoso.

La Commissione Europea tenne conto di questi risultati e ridusse la percentuale dal 9,4% ad un 7%. Il restante 3% doveva essere di seconda o terza generazione (così da non concorrere con le colture e le superfici destinate all’alimentazione) o derivare da altre fonti rinnovabili.

In seguito, per approfondire ulteriormente la questione e chiarire alcuni dubbi, la Commissione aveva portato a termine il rapporto GLOBIOM, che però aveva il limite di non considerare l’impatto globale dei biocarburanti, anche in confronto con i combustibili fossili.

È quello che ha fatto invece Transport&Environment. I risultati della loro ricerca indicano che il biodiesel da olio vegetale vergine (il 70% del totale) arriva a produrre l’80% delle emissioni di gas serra in più di quelle prodotte dal diesel fossile. Il biodiesel sarebbe 3 volte più inquinante, da questo punto di vista, rispetto al bioetanolo, ma molto dipende anche dal materiale da cui il carburante deriva.

Il biodiesel ricavato da olio di soia produce il doppio delle emissioni del carburante fossile, quello derivato da olio di palma addirittura il triplo. Meglio per il bioetanolo: quello prodotto a partire da frumento e orzo ha emissioni paragonabili a quelle del diesel fossile, quello ricavato da mais o barbabietola da zucchero arriva alla metà della quota prodotta dal fossile.

In genere i biocombustibili di prima generazione si stima comportino il 50% delle emissioni in più, durante tutto il ciclo di vita, rispetto ai concorrenti fossili. In base ai calcoli effettuati da Transport&Environment entro il 2020 questo comporterà, per i targhet attuali, un aumento delle emissioni globali del 4%: come immettere nel traffico già esistente altri 12 milioni di auto in più.

A peggiorare la cosa si aggiunge il fatto che per il momento le emissioni prodotte da biocombustibili, anche all’interno degli accordi di Parigi, non sono contate, sono cioè pari a zero.

Questo non aiuta certo l’Europa ad andare nella direzione della riduzione delle emissioni climalteranti come promesso proprio alla COP21. Secondo l’associazione serve un netto cambiamento di rotta da questo punto di vista, altrimenti la cura contro i cambiamenti climatici rischia di fare più male della “malattia”.

29 aprile 2016
In questa pagina si parla di:
Lascia un commento