I biocarburanti alla prova del voto europeo: dopo le recenti preoccupazioni circa la valutazione del contestato fattore ILUC, i deputati del Parlamento europeo saranno chiamati mercoledì ad esprimersi sulla nuova proposta di legge riguardante l’uso del biofuel di prima generazione entro i confini comunitari.

La battaglia va avanti da molto tempo: da una parte i produttori, dall’altra ONG, comitati di cittadini e associazioni ambientaliste. Al centro la possibilità di imporre limiti più stringenti ai produttori di biocarburanti di prima generazione per evitare che le terre siano dedicate alle coltivazioni intensive e favorire al contempo lo sviluppo di alternative che limitino le emissioni nocive causate dalla deforestazione.

A giugno scorso la Commissione ambiente ha votato una riduzione della produzione di biofuel di prima generazione dall’attuale 10% al 5,5%, mentre la Commissione Industria ha votato per il limite al 6,5%. Nel frattempo, oltre all’intensa attività di lobbying da ambo le parti, nel testo della Commissione è stato inserito il controverso fattore ILUC, Indirect Land Use Change, che misura l’impatto a livello emissivo causato dalla deforestazione: fattore fino a ieri escluso perché, a detta di molti esperti, strumento inaffidabile di misurazione.

Nel 2008, l’UE ha fissato l’obiettivo per le energie rinnovabili a comprendere il 10% di carburante per i trasporti entro il 2020, la maggior parte dei quali sarebbero venuti dai cosiddetti biocarburanti di prima generazione a base di zucchero, cereali e semi oleosi.

Nell’ambito degli obiettivi 2020 almeno 10% del carburante per i trasporti entro i confini comunitari dovrà venire da fonti alternative: fin ora era certo che la maggior parte di questa quota sarebbe stata composta di biofuel di prima generazione a base di zucchero, cereali e semi oleosi.

In questi due anni però l’opinione pubblica ha in parte mutato la sua opinione, grazie anche a studi di settore che dimostrano quanto i danni ambientali e umani causati dalla deforestazione e dalle colture intensive siano maggiori dei benefici derivati dall’impiego di biofuel nel settore dei trasporti.

Secondo la Commissione Ambiente un atto del genere può stimolare lo sviluppo di alternative: i biocarburanti di seconda generazione emettono meno gas serra rispetto ai combustibili fossili e non interferiscono direttamente né con la produzione alimentare, né con la tutela dell’ambiente.

Adesso la palla passa in mano al Parlamento Europeo, che deve decidere se includere il fattore ILUC e a quanto fissare il limite per la produzione di biofuel di prima generazione: un voto dall’esito incerto, anche perché nei corridoi di Strasburgo le associazioni e i deputati ambientalisti hanno annunciato battaglia fino agli ultimi minuti.

In ogni caso, il voto di Strasburgo non sarà la decisione definitiva sulla questione: l’esito dei negoziati con gli Stati Membri indicherà la via. Stati Membri che, però, sono alquanto divisi: da un lato Francia, Polonia e Spagna, in cui i produttori sono compatti e tendono verso un limite meno stringente, dall’altro i Paesi Bassi, il Belgio e il Regno Unito, che propendono per il limite al 5,5%.

9 settembre 2013
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