L’Unione europea è sempre più scettica nei confronti dei biocarburanti ottenuti da coltivazioni agricole che potrebbero essere altrimenti destinate alla produzione di cibo. Così, secondo quanto riporta Reuters, si avvia a limitarne l’uso ad un massimo del 5% rispetto al consumo totale di energia nel settore dei trasporti.

Considerando che i dati 2011 mostrano che già il 4,5% di questi consumi è già coperto da biocarburanti, e che il target al 2020 era del 10%, si tratterebbe sostanzialmente di uno stop rivolto al futuro. L’idea sarebbe di bloccare al 5% i biocarburanti da fonte agricola e coprire il resto con le alghe e i rifiuti domestici.

Questo radicale cambiamento di politica, formalizzato in una proposta che deve ancora ricevere l’ok della Commissione e degli Stati membri, deriverebbe da recenti studi scientifici che mettono in dubbio la reale riduzione delle emissioni di CO2 derivante dall’uso dei biocarburanti e che, contemporaneamente, mettono in luce il fatto che in caso di annate di scarsa produzione usare i raccolti per fare benzina invece che cibo causa l’aumento del prezzo dei generi alimentari.

Tutto ciò si basa sulla teoria dell'”indirect land use change” (ILUC): se usi la terra per fare carburante la sottrai al contadino che fa cibo, che a sua volta sarà costretto ad abbattere i boschi per coltivare con un danno sull’ambiente superiore ai vantaggi derivanti dall’uso del biocarburante. Il cane che si morde la coda, quindi, ma in termini scientifici e con dati sulle emissioni che sono stati presi in considerazione dall’Unione Europea per stabilire le nuove percentuali.

Soprattutto i dati riguardanti le emissioni del biofuel ottenuto da cereali, zucchero e piante oleose. Sono queste ultime, in base ai calcoli ILUC, che dovrebbero essere penalizzate dalla nuova normativa: colza, soia e palma. Si salverebbero, invece, molti cereali e gli zuccheri. I produttori di biodiesel (che si produce proprio dalle piante oleose) tremano perché negli ultimi tre anni di produzione hanno investito molto in tecnologia e, dicono, dato lavoro a 50 mila persone in Europa. Gli ambientalisti, invece, chiedono di non penalizzare i biocarburanti in sé, ma di distinguere tra quelli buoni e quelli cattivi.

Fatto sta che, con le nuove regole, il mercato di questi carburanti verrebbe stravolto: crollo del biodiesel, che oggi copre il 78% della domanda, e impennata dell’etanolo, che oggi è al 20%. Con la differenza che il biodiesel si fa direttamente dai semi ed è per forza in competizione con la produzione di cibo mentre l’etanolo può essere prodotto dagli scarti dell’industria dello zucchero. Stati Uniti e, soprattutto, Brasile, sono all’avanguardia nella produzione dell’etanolo.

Tutto questo, tra l’altro, va considerato anche da un altro punto di vista: i motori che devono bruciare questi biocarburanti. Il bioetanolo è indicato soprattutto per quelli a benzina e solo in piccole quantità per quelli diesel. Il biodiesel, lo dice il nome, non va nei motori a benzina. Solo che i tir sono tutti diesel e in Europa da anni non si vendono quasi più auto a benzina, a causa del prezzo alla pompa.

11 settembre 2012
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