Sembra impossibile, ma il verso dei beluga ricorda per molti aspetti un cinguettio oppure uno squittio amplificato dal fondale marino. Un rumore davvero singolare, che per sonorità può rammentare anche i giochi di gomma che i bambini utilizzano quando fanno il bagnetto, ma anche suoni simili a scricchiolii. Non a caso questi enormi mammiferi marini vengono da tempo chiamati canarini dei mari, nome ricevuto in dono dai primi marinai transitati per le acque gelide del nord. Questi enormi cetacei bianchi ricorrono all’utilizzo di versi e suoni per un unico motivo: comunicare tra di loro all’interno delle buie e immense profondità marine.

I loro percorsi avvengono in zone dove il ghiaccio crea una spessa coltre separando l’acqua dal cielo: tutto appare buio e denso e l’unica ancora di salvezza è la comunicazione. Secondo la scienziata Valeria Vergara, del Vancouver Aquarium in British Columbia, il loro è un linguaggio particolarmente complesso. Il rumore prodotto dai loro versi è così acuto e chiassoso che si potrebbe paragonare a quello di una scolaresca di bambini che strilla in lontananza, eppure i loro dialoghi non appaiono così facili da intercettare. A coprire i vocalizzi come sempre è l’uomo che, attraverso macchinari, imbarcazioni e trivellazioni sotterranee incide negativamente sull’acustica dei mari del nord.

Suoni, versi e comportamenti imitativi

Secondo gli esperti il linguaggio dei beluga appare più articolato e ricco in base alla distanza, più ci si avvicina al branco più appare nitido. E i vocalizzi sconnessi e rumorosi cedono il passo a versi simili a gemiti, scricchiolii, gorgheggi, cinguettii, fischi e lamenti. Il cetaceo possiede un’intelligenza molto sviluppata che mette in atto nel momento del bisogno, ad esempio imitando genericamente il linguaggio umano in caso di pericolo o difficoltà. Ma i suoni emessi servono anche per localizzare il cibo e orientarsi, esattamente come accade per i pipistrelli. Riescono a creare questi vocalizzi nonostante l’assenza di corde vocali, i suoni vengono emessi da alcune sacche nasali poste accanto allo sfiatatoio e possono direzionarle grazie alla protuberanza presente sulla testa, nota come melone. Questa è costituita da tessuto adiposo e può cambiare forma in base all’aria soffiata nei seni paranasali.

Valeria Vergara ha potuto osservare per settimane un branco in azione, il tipo di interazione intercorso tra i più piccoli e l’educazione loro imposta dalle madri ma anche da tutte le figure femminili del gruppo. Alla nascita dei piccoli tutte le femmine del branco producono latte così da garantire cibo in abbondanza per tutti i cuccioli. Subito dopo il parto i piccoli emettono alcuni suoni, un comportamento che cresce e migliora grazie all’interazione tra simili e adulti e che ricorda il percorso dei neonati. Un dialogo sempre più complesso che può assumere diverse sfumature identificative, come ad esempio i messaggi tra madre e cuccioli utili a stabilire la corretta posizione. Dai versi iniziali si passa a suoni e gorgheggi maggiormente elaborati, un percorso simile a quello dei bambini che imparano parole per comporre frasi.

Ma la presenza dell’uomo anche nelle zone più isolate dei mari del nord sta incidendo negativamente sulla sopravvivenza dei beluga, sul numero di esemplari ancora in vita spesso disturbati dal traffico marittimo, dall’espansione portuale, dalle esercitazioni navali e dalla trivellazione del suolo alla ricerca del petrolio. Questa concentrazione di elementi devianti è un problema per i cetacei, che non hanno avuto modo di assimilare i nuovi suoni, non riuscendo quindi a convivere con loro. L’impossibilità di comunicare crea stress e ansia in questi animali, minacciati anche dall’aumento delle temperature e dallo scioglimento dei ghiacciai del loro habitat. Il caos che condiziona i fondali marini è un problema in particolare per i cuccioli di beluga che si ritroverebbero a non identificare i richiami materni, quindi a perdere l’orientamento e il branco.

27 gennaio 2015
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