Il polistirolo è un polimero aromatico termoplastico dello stirene. Un idrocarburo aromatico tossico, infiammabile, insolubile in acqua, ma che si scioglie con solventi organici. Fu scoperto nel 1839 da Eduard Simon, uno speziale berlinese e da allora ad oggi è divenuto un materiale diffusissimo, utilizzato per la sua leggerezza in imballaggi di vario tipo.

In Italia la maggior parte dei Comuni prevede il riciclo del polistirolo assieme alla plastica, ma negli Stati Uniti, dove il suo uso è ancora più diffuso, soprattutto per contenitori per alimenti, finisce principalmente in discarica. Anche il Dipartimento della Salute di New York ha dichiarato che è un materiale al momento non riciclabile.

Come per moltissimi altri tipi di rifiuto sembrano però esistere metodi per trasformarlo in una risorsa. Uno di questi lo ha individuato un team di scienziati della Purdue Univesity, nello Stato americano dell’Indiana, e lo ha presentato in occasione del summit dell’American Chemical Society.

Secondo questo studio sarebbe possibile trasformare le cosiddette “chips” di polistirolo, così usate per gli imballaggi, in micro-fogli di carbonio e nanoparticelle che possono essere utilizzati come anodi nelle batterie ricaricabili agli ioni di litio.

La ricerca, ad opera degli ingegneri chimici Vilas Pol e Vinodkumar Etacheri, sarebbe partita dalla volontà di riutilizzare questo materiale, ma sarebbe andata oltre grazie alla scoperta che questo tipo di batterie avrebbe una capacità di archiviazione elettrica superiore a quella delle corrispettive con anodi costituiti da grafite (la stragrande maggioranza): si parla di un 15% di memoria in più.

Ora questo materiale potrà essere sottratto alla discarica, come spiega Pol:

In una discarica, sostanze potenzialmente nocive nelle palline di polistirolo, come metalli pesanti, cloruri e ftalati, possono facilmente filtrare nell’ambiente e deteriorare il suolo e la qualità dell’acqua. Le alternative a base di amido contengono comunque sostanze chimiche e detergenti che possono contaminare gli ecosistemi.

Ora non resta che passare alla diffusione in commercio, che secondo gli scienziati potrà partire entro due anni.

23 marzo 2015
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