Forse non tutti lo sanno, ma senza il contributo di John Bannister Goodenough oggi con tutta probabilità non saremmo in grado di portare sempre con noi dispositivi mobile di ogni tipo che offrono una giornata e oltre di autonomia con una sola ricarica. Di origini tedesche e oggi 94enne, è il fisico che negli anni ’70 ha per primo ipotizzato l’impiego di batterie agli ioni di litio per l’alimentazione delle apparecchiature.

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Ora gli va attribuita un’ennesima intuizione, dall’impatto potenziale altrettanto importante: ricorrere all’utilizzo di un elettrolita di vetro, quindi solido, al posto di uno liquido come avviene attualmente per il trasporto degli ioni dall’anodo (in questo caso formato da un metallo alcalino) al catodo.

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Si scongiura così il rischio di incappare nella generazione dei cosiddetti dendriti, pericolosi filamenti metallici che nei casi più malaugurati possono fungere da ponte e causare un corto circuito, portando a conseguenze anche gravi come l’esplosione della batteria.

I benefici della scoperta non si limiteranno alla sicurezza dei moduli, ma andranno ben oltre, in termini di ciclo vitale (fino a 1.200 ricariche senza alcun decadimento delle prestazioni secondo i primi test) e soprattutto densità (tre volte più energia occupando lo stesso spazio).

Se ancora ciò non dovesse sembrare sufficiente si tenga in considerazione che un elettrolita solido garantisce performance elevate anche a temperature rigide, altro tallone d’Achille delle batterie odierne, nonché la possibilità di effettuare ricariche molto più rapide.

Si provi dunque a immaginarne l’utilizzo non solo all’interno di dispositivi come gli smartphone, ma anche a bordo delle auto elettriche, per capire quanto un’innovazione di questo tipo sarebbe in grado di comportare una vera e propria rivoluzione su più fronti. A Goodenough e al team statunitense da lui guidato spetta ora il compito di brevettare il sistema e poi trovare aziende produttrici interessate a sfruttarlo a livello commerciale.

17 marzo 2017
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