Già da qualche anno sono stati rivenuti in diverse località del pianeta, batteri che vivono in condizioni estreme. Uno di questi siti è una vecchia miniera di uranio a Rifle, in Colorado, in cui i batteri presenti sono appena stati identificati come batteri che “respirano” uranio.

A fare la scoperta sono stati gli scienziati di un team della Rutgers University nell’ambito di una ricerca dell’U.S. Department of Energy program, che aveva lo scopo di verificare se i batteri rinvenuti in questi siti fossero in grado di bloccare l’uranio percolato dal terreno alla falda con gli anni e che ora rende l’acqua non sicura.

I risultati dello studio sono stati pubblicati il 13 giugno sulla rivista PLOS ONE. Gli scienziati sono riusciti a isolarli aggiungendo, nel sito esaminato, piccole concentrazioni di uranio dissolto e valutando le concentrazioni con le quali veniva immobilizzato. Arrivati alle concentrazioni ottimali di uranio sono stati in grado di isolare questo nuovo ceppo di batteri.

Si tratta di un ceppo che si è differenziato a partire da una classe comune, quella dei “betaproteobacteria”. In pratica sono in grado di respirare sia ossigeno che uranio, con un processo di riduzione, ovvero di attrazione di elettroni, che nelle sue fasi successive è ancora poco noto. Come ha spiegato Lee Kerkhof, professore di Scienze marine e costiere presso la Scuola di Scienze Biologiche e Ambientali e alla guida del team della Rutgers University:

Dopo che i batteri appena scoperti interagiscono con i composti di uranio in acqua, l’uranio diventa immobile. Sembra che formino nanoparticelle di uranio.

Lo stesso Kerkhof ha poi aggiunto che la parte mineralogica del processo non è ancora completamente nota e per questo è oggetto di ulteriori ricerche in corso. Quello che si è capito però è che questi batteri sono riusciti a rendere ereditaria questa modifica del loro metabolismo, trasmettendosi i geni interessati di generazione in generazione. Lo studio ha previsto anche una fase di sequenziamento del genoma, che faciliterà il proseguimento degli studi.

Si tratta di batteri con un comportamento alquanto raro nel mondo microbico: i batteri in grado di respirare uranio conosciuti finora non erano in grado di respirare ossigeno, ma potevano utilizzare composti a base di metalli. Si era già assistito in passato alla diminuzione delle concentrazioni di uranio nelle acque sotterranee, in alcuni siti in cui si era in presenza di batteri capaci di utilizzare il ferro per il loro metabolismo, ma non si era riusciti a costruire una correlazione diretta tra causa ed effetto.

In ogni caso questa scoperta fa presagire sviluppi futuri importantissimi per la decontaminazione sia di luoghi in cui sono stoccati materiali di scarto dalla produzione di armi nucleari, sia di quelli in cui si trovano le scorie delle centrali nucleari. Il professor Kerkhof aggiunge:

La biologia è un modo per risolvere questo problema di contaminazione, soprattutto in situazioni come questa in cui i radionuclidi sono altamente diluiti, ma ancora presenti a livelli considerati pericolosi.

16 giugno 2015
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I vostri commenti
mexsilvio, martedì 16 giugno 2015 alle20:19 ha scritto: rispondi »

tradotto: in una situazione di quasi assente radioattivita' questi batteri formano depositi di uranio , o loro sali ...!! come avviene già con le foglie di eucalipto , che concentrano l'oro ...!!!

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