Le banche sono da sempre viste con poca simpatia dal resto della società civile. Motori indiscutibili del capitalismo moderno e spesso protagoniste dei maggiori eventi economici dei nostri tempi, non tralasciano di influenzare anche il mondo concreto e reale, verso cui la finanza sembra troppo spesso un oggetto distante.

Pensiamo alla critiche che da anni il movimento pacifista muove alle cosiddette “banche armate“, ovvero a quelle che investono nell’industria della guerra; pensiamo ai sospetti che il movimento No Tav ha fatto emergere sul fatto che dietro certe grandi opere di discutibile utilità ed esorbitanti prezzi ci siano le pressioni di lobby bancarie; infine, pensiamo semplicemente alla crisi in cui vessiamo e di cui non si può non notare la responsabilità precisa degli istituti bancari.

Vi sono anche altri campi in cui le pratiche bancarie possono incidere profondamente nella vita reale, ad esempio con il loro investimento nei settori della green technology e della green energy. Ormai, va detto, investire sulle rinnovabili è un comodo – e redditizio – modo per “rifarsi una verginità”. Come dobbiamo però valutare una banca che da un lato investe miliardi sull’eolico o il fotovoltaico e poi fa lo stesso, se non di più, per il carbone? Secondo un gruppo di ONG europee si tratta di un comportamento tristemente diffuso. Dunque, oltre alla “banche armate”, ci ritroviamo davanti anche le “climate killer bank”: il timore è che probabilmente finiscano addirittura con il coincidere.

A dare voce a questo “j’accuse” ci pensa il Guardian, da un po’ una fonte inesauribile di informazioni su tematiche ambientali. L’elenco delle “assassine del clima” vede ai primi posti tre banche statunitensi:

  • JP Morgan Chase
  • Citigroup
  • Bank of America

Insieme questi istituti investono qualcosa come 42 miliardi di euro nel settore del carbone, sotto forma di prestiti o altro. Per renderci conto della cifra astronomica in questione, basti pensare che i numeri attorno a cui si attesterebbe la prima Legge Finanziaria del governo Monti raggiungerebbero “appena” i 25 miliardi di euro. In più, le tre suddette banche non sono le sole protagoniste di questo affare. I calcoli dicono che il giro di soldi da parte delle prime 20 banche, membri della lista Top 20 climate killer banks, è pari a 171 miliardi di euro.

Per capire, stiamo parlando dei soldi prestati alle aziende di settore dal 2005 al 2011. Sei anni di crisi, in cui il carbone è stato visto, evidentemente, come una delle poche ancore di salvezza. Non certo per il pianeta però, come dimostrano i danni che solo negli ultimi anni hanno provocato i cambiamenti climatici.

Nell’elenco non mancano, infine, voci italiane. Il gruppo francese BNP Paribas, di cui fa parte anche la BNL, si piazza ottavo, con un investimento totale superiore ai 10 miliardi di euro. In classifica, con più di 5 miliardi di prestiti anche il gruppo capitanato da Unicredit. Forse sarebbe ora di cominciare a ricordare alle banche che, come promettono sempre nelle loro reclame, il loro compito dovrebbe essere (almeno a parole) quello di garantirci un futuro di sicurezza, non di morte ed incertezza climatico-ambientale.

Per chi fosse interessato all’approfondimento della questione, il dossier sulle banche assassine (in inglese) è disponibile a questo link.

1 dicembre 2011
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I vostri commenti
maria, giovedì 1 dicembre 2011 alle14:45 ha scritto: rispondi »

E' spaventoso pensare che poche banche possono decidere il futuro di tutti noi.

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