Una delle voci più importanti per lo sviluppo della mobilità elettrica è strettamente connesso alle infrastrutture di ricarica: non soltanto batterie di nuova generazione, e in continuo sviluppo, in grado di garantire autonomie sempre più elevate; occorre anche tenere in considerazione le esigenze di ricarica.

Un team di ricercatori svizzeri sta mettendo a punto un progetto che permette un ciclo di ricarica completa di un’auto elettrica in appena quindici minuti. L’idea è dell’EFPL (Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne), e si basa sul superamento della “soglia psicologica” di mezz’ora (tempo di fermo auto oltre il quale, è stato stimato dai ricercatori dell’ESPL, i possibili futuri proprietari di auto elettriche giudicano “non conveniente” l’impiego di un veicolo a zero emissioni) per la sosta necessaria alla ricarica delle batterie.

Più nel dettaglio, la soluzione studiata dal Politecnico di Losanna sarebbe equivalente a un trasferimento di potenza pari a 4,5 Megawatt: un quantitativo di energia sufficiente all’alimentazione di 4.500 lavatrici di ultima generazione, oppure alla ricarica di una cinquantina di auto elettriche da 80 – 100W ciascuna. Questo, come è facile pensare, risulterebbe troppo dispendioso e nello stesso tempo provocherebbe un generale abbassamento della fornitura di energia elettrica per altri impieghi.

La soluzione, indicano i tecnici che prendono parte al progetto coordinato da Massimiliano Capezzali (vicepresidente di ESPL Energy Center) consiste in una “memoria tampone”: una unità di archiviazione intermedia dell’energia costituita da un pacco batterie agli ioni di litio, delle dimensioni di un container, che a sua volta viene rifornito di energia in modo molto più lento, attraverso la normale rete a bassa tensione abitualmente utilizzata per le esigenze di energia residenziale o mediante la rete a media tensione per la distribuzione di energia su un territorio più vasto; dunque senza pericolo di creare problemi alla rete elettrica.

Quando una vettura necessita di ricarica alle proprie batterie di bordo, il “container al litio” si comporta come un boost (ma di dimensioni enormi), e non fa altro che trasferire prontamente l’energia immagazzinata verso gli accumulatori del veicolo.

Per dimostrare il funzionamento del sistema, indica una nota diramata in queste ore dall’ESPL, i ricercatori del Politecnico di Losanna hanno realizzato un prototipo (in collaborazione con l’EMPA – il Centro di ricerca svizzero di Scienza dei Materiali – , l’ETHZ – Istituto federale di tecnologia di Zurigo – e la Facoltà di Scienze Applicate dell’Università di Berna): un rimorchio per autotrazione, sul quale è stato collocato un modulo che viene alimentato dalla rete a bassa tensione e in quindici minuti fornisce dai 20 ai 30 kW necessari alla ricarica di una batteria standard.

L’aspetto interessante di questo progetto sta anche nel fatto che può servire per conoscere più nel dettaglio quanto ammonterà il fabbisogno energetico per le stazioni di ricarica del futuro. Così come è avvenuto nei primi decenni del 20esimo secolo con lo studio di quanto carburante dovesse essere stoccato nelle cisterne dei distributori di benzina e gasolio, allo stesso modo ora si studia quanta “energia tampone” sarà necessario immagazzinare per venire incontro alle esigenze dell’utenza a zero emissioni.

26 gennaio 2016
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I vostri commenti
Andrea, giovedì 4 febbraio 2016 alle18:18 ha scritto: rispondi »

Per me dovranno fare non lo stesso errore come coi distributori classici di benzina ecc ma fare distributori a energia rinnovabile parlo qui in Italia ovviando così da varie dipendenze energetiche per conto di qualche società .

Marcello Pegoretti, mercoledì 27 gennaio 2016 alle18:25 ha scritto: rispondi »

La ricarica più semplice e diretta sarebbe quella dalla continua di impianti fotovoltaici alle batterie delle auto ma anche a batterie di stoccaggio poi trasportate nelle stazioni di servizio che diventerebbero "ibride" nelle quali poi ricaricare le auto.

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