Sfruttati e costretti a immergersi nelle miniere per una manciata di dollari al mese, in condizioni terribili ed esposti al rischio di incappare in incidenti mortali, se non di contrarre malattie ai polmoni. Ecco la fotografia scattata in un recente passato dall’Unicef in un rapporto sul lavoro minorile nel centro Africa, e raccolte lo scorso gennaio da Amnesty International in un documento (dal titolo emblematico “This is what we die for”, letteralmente “Ecco ciò per cui moriamo”) che puntava il dito su un nuovo rischio sociale.

A questo punto le auto elettriche sono “davvero” pulite? La domanda viene implicitamente rivolta, da Amnesty International, alle principali Case auto e alle aziende produttrici di batterie al litio per l’alimentazione dei veicoli elettrici. Non si tratta di una domanda tecnica, quanto di un “invito etico”.

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Il report di Amnesty International “This is what we die for” ha ricostruito il percorso del cobalto che viene estratto dalle miniere del Congo, un territorio grande otto volte l’Italia e ricco di terre fertili ed acqua dolce, forte di una biodiversità unica e di uno dei più vasti patrimoni minerari a livello mondiale: oro, diamanti, rame, stagno, cobalto (vi si contiene più della metà delle riserve mondiali), manganese e coltan. Un Paese potenzialmente ricchissimo, che tuttavia è agli ultimi posti nell’Indice di sviluppo umano relativamente alle condizioni di vita della popolazione.

In buona sostanza: occorre controllare che il cobalto proveniente dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo non venga estratto dai bambini che, sottolinea il report di Amnesty, vengono sfruttati anche da sette anni di età, lavorano spesso in condizioni terribili anche per dodici ore al giorno e per una paga che raggiunge (al ribasso) uno o due dollari. In poco più di un anno (settembre 2014 – dicembre 2015) si sarebbero verificati 80 casi di incidenti mortali; per non parlare del rischio di contrarre malattie polmonari.

L’occasione per mettere sul taccuino delle priorità la necessaria attenzione sulle modalità di estrazione del preziosissimo minerale che serve per le batterie delle auto elettriche di nuova generazione è il Salone di Parigi, che mai come quest’anno assiste a un “big deal” tecnologico nel settore della mobilità zero emissioni.

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Ecco che, all’apertura della rassegna automotive (in programma fino a domenica 16 ottobre), Amnesty International ha invitato i “big player” del comparto auto – ma non ci sono soltanto loro: il cobalto serve anche per le batterie dei cellulari e dei computer portatili – a rendere note ai rispettivi clienti le “verifiche in atto” per scongiurare eventuali impieghi di manodopera minorile nell’estrazione del cobalto dale miniere del Congo.

A questo proposito, Mark Dummett, ricercatore per Amnesty International in materia di imprese e diritti umani, non nasconde la possibilità che nelle batterie per le auto elettriche vi sia presente il lavoro minorile:

Le auto elettriche potrebbero non essere così ‘pulite’, dal punto di vista etico. È necessario che i consumatori abbiano la garanzia che le proprie automobili zero emissioni siano slegate dal rischio del lavoro minorile. La ricerca portata avanti da Amnesty International ha messo in evidenza che c’è un concreto rischio che il cobalto estratto dai bambini sia impiegato nelle batterie per le auto elettriche.

Da qui, la domanda che rivolgiamo a tutti gli automobilisti interessati al settore della mobilità eco friendly: siccome si tratta di una scelta etica e consapevole dal punto di vista dell’ecologia e del sociale, comprereste un’auto se sapeste che è costata l’infanzia di qualcuno? Ecco perché le aziende produttrici devono dimostrare di operare con grande attenzione nell’approvvigionamento dei materiali.

Amnesty International, sulle stime dell’Unicef, indica che nel 2014 i bambini impiegati come manodopera nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo fossero circa 40.000: la maggior parte di essi servirebbe proprio per l’estrazione del prezioso cobalto.

Occorre tenere conto, a questo proposito, che le linee guida diffuse dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico prevedono che le aziende che utilizzano il cobalto proveniente da zone “a rischio” sono tenute all’identificazione delle società che lo estraggono e di quelle che successivamente lo raffinano.

Una ricerca, sempre a firma Amnesty e svolta attingendo a fonti stampa e comunicati aziendali, ha individuato quali sono le realtà produttive coinvolte: LG Chem, Samsung SDI, Huayou Cobalt. Ad occuparsi dell’acquisto del cobalto nel Congo è Huayou Cobalt, società cinese che poi fornisce i componenti per gli accumulatori ad aziende produttrici situate in Cina e in Corea del sud.

Nel dettaglio, LG Chem fornisce le batterie a General Motors, alla partnership Renault – Nissan (Twizy, ZOE) e a Tesla. Mentre Samsung SDI è supplier di BMW (i3 e i8) ed FCA – Fiat Chrysler Automobiles (Fiat 500 EV venduta oltreoceano).

Inoltre il documento di Amnesty International rendeva nota la possibilità che altre Case auto (fra queste Daimler – Benz, la cinese BYD e Volkswagen) potessero impiegare batterie dal cobalto proveniente dalle miniere del Congo. Diverse Case auto hanno risposto all’invito lanciato da Amnesty International sulla trasparenza nella catena produttiva delle batterie.

Daimler – Benz aveva assicurato di non rifornirsi in maniera diretta in Congo e nemmeno da fornitori locali. Volkswagen ha negato qualsiasi contatto di affari con la cinese Huayou Cobalt. Tuttavia, nessuna delle due società sembra abbia chiarito quali siano i rispettivi fornitori, nonché la correttezza delle modalità di estrazione; hanno, però, aggiunto (pur senza completare la risposta con prove tangibili) il proprio impegno rivolto alla scoperta di violazioni dei diritti umani.

La risposta data ad Amnesty da parte di BMW ed FCA – Fiat Chrysler Automobiles sembra abbia fornito maggiori dettagli, anche se Amnesty non ha riscontrato prove sufficienti sul rispetto degli standard internazionali nella fornitura di minerali. BMW assicura di controllare la filiera di rifornimento dal 2013, e di operare insieme ai fornitori per verificare le origini estrattive. Non si fanno nomi, eccezion fatta per Huayou, che – indica BMW dietro richiesta avanzata a Samsung SDI – non rientra nei suoi fornitori.

Dal canto suo FCA (anch’essa si rifornisce da Samsung SDI) afferma che Huayou Cobalt non è tra i fornitori dell’”asse Torino – Detroit”. Come per BMW, le informazioni sono state assunte dietro richiesta al produttore sud coreano. Tuttavia+, Fiat – Chrysler ammette di non avere ancora dato il via a un piano di identificazione delle aziende che estraggono e raffinano il cobalto.

La questione delle mancate indagini sull’origine delle modalità di estrazione e raffinazione del minerale riguarderebbe anche General Motors e Tesla. In questo senso Renault – Nissan tiene ad assicurare che si attiverà “Il più presto possibile” (dettagli? Saranno resi noti più avanti).

Dunque: sulla base di quanto prescrive l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ad oggi non c’è alcuna fra le Case auto che producono auto elettriche in grado di assicurare con certezza l’origine “pulita” (dal punto di vista etico e sociale) del cobalto proveniente dalle miniere del Congo e contenuto nelle batterie utilizzate.

Da qui l’invito che Amnesty International estende a tutte le multinazionali a dimostrare l’applicazione delle linee guida e di usare la massima trasparenza.

Purtroppo il cobalto non fa parte dei “materiali provenienti da zone di conflitto”, secondo un elenco USA che invece vi fa rientrare oro, stagno, coltan e tungsteno che vengono estratti nelle miniere del Congo. Un primo risultato è stato recentemente raggiunto in Francia, dove l’Assemblea Nazionale ha approvato una legge (nelle prossime settimane si attende il “Sì” da parte del Senato) che obbligherà le aziende (e fra queste c’è Renault) ad evitare il rischio che nella filiera di rifornimento vengano violati i diritti umani.

4 ottobre 2016
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