L’Australia potrebbe essere alimentata da fonti al 100% rinnovabili, se solo vi fossero delle opportune policy governative per favorire l’abbandono dell’energia inquinante. È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Melbourne, che dimostra come il continente sia in grado di provvedere al proprio fabbisogno energetico senza pesare sull’ambiente.

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L’Australia è una delle poche zone del mondo che già da oggi potrebbe lanciare una politica “carbon zero”, grazie alla sua posizione privilegiata che ne permette di sfruttare al meglio tutte le fonti rinnovabili, dal solare termico all’eolico. Eppure il continente rimane il primo esportatore di carbone al mondo e, fatto non da poco, è uno dei più grandi produttori di anidride carbonica di tutto il pianeta, con 28 miliardi di tonnellate l’anno. Lo Zero Carbon Australia Stationary Energy Plan, tuttavia, potrebbe cambiare questa prospettiva.

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L’Università di Melbourne ha realizzato un modello di energia di rete in grado di convertire l’Australia a fonti al 100% ecologiche, entro 10 anni e con una spesa di 370 miliardi di dollari, circa il 3% del PIL. Un 40% dell’energia potrebbe provenire dagli impianti eolici di ultima generazione, compatibili con qualsiasi zona del Paese dati i venti freddi e caldi che ne solcano il territorio per tutto l’anno. Non vi sarebbero nemmeno grandi preoccupazioni in termini di impatto ambientale, perché l’Australia può disporre di molte aree deserte dove costruire pale eoliche senza distruggere l’habitat preesistente. Un 58%, invece, potrebbe provenire dal solare termico: il calore rovente del sole è utilizzato per l’evaporazione dell’acqua e la messa in moto di grandi turbine, per la produzione di enormi quantitativi di energia elettrica. Un 2%, infine, potrebbe infine provenire dalle biomasse e dall’idroelettrico.

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Un progetto sicuramente fattibile per la nazione, oggi non preso ancora in seria considerazione dalla governance per l’economicità, e forse altri interessi, nella produzione di energia tramite le classiche modalità inquinanti. Peccato, però, che questo modello di sostenibilità ambientale non serva solo ad abbattere l’inquinamento, ma anche per creare almeno 125.000 posti di lavoro, 80.000 nella fase di implementazione e 45.000 in quella di mantenimento. Un investimento strategico, in definitiva, sia per l’ambiente che per l’economia interna del continente. Chissà che queste stime prima o poi non convincano l’amministrazione centrale a fare questo salto di qualità. E chissà che altre nazioni non ne seguano, in piccolo, l’esempio.

20 gennaio 2013
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