Aggiornamento 16:55: un comunicato di Greenpeace appena arrivato in redazione conferma la concessione dell’amnistia, riportiamo quanto scritto dall’associazione

Il Parlamento russo ha formalizzato quest’oggi il provvedimento di amnistia che conclude il procedimento legale aperto contro gli Arctic30.

I 26 attivisti non russi saranno liberi di tornare a casa dalle loro famiglie non appena sarà loro riconosciuto il visto di uscita da parte delle autorità russe.

“Sembra che io possa finalmente tornare a casa”, afferma Cristian D’Alessandro, unico italiano tra gli Arctic30. “Sono ancora abbastanza amareggiato – continua – perché non dovrebbe essere così: c’è una corte internazionale che ha ordinato il nostro immediato rilascio. Abbiamo passato più di due mesi in carcere per niente, stanno ancora cercando prove che non troveranno mai perché, secondo i nostri principi di pacifismo e non violenza, non c’è niente che possa essere ricondotto ad accuse di vandalismo o pirateria. Sono passati tre mesi da quando tutto questo è iniziato, quindi sì, voglio tornare a casa!”, conclude D’Alessandro.

Gli attivisti di Greenpeace detenuti in Russia potrebbero presto tornare liberi. Dopo una prima approvazione da parte della Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, si attende in giornata il voto finale per la concessione ai volontari dell’amnistia.

Dopo oltre due mesi di detenzione e una libertà su cauzione ottenuta da poco, per gli Arctic 30 sembra essersi davvero aperta la strada verso un definitivo ritorno a casa. L’emendamento approvato dalla Duma prevede l’estensione dell’amnistia anche al reato di vandalismo, del quale gli attivisti di Greenpeace sono accusati. Approvazione definitiva prevista per le 16, con il voto positivo che sembra quasi scontato. L’unica alternativa prevederebbe la bocciatura dell’intero progetto di legge nel quale è stato inserito il documento.

Agli Arctic 30 mancherà a quel punto soltanto il visto di uscita dalla Russia per poter rientrare nei rispettivi Paesi di origine. Un successo ottenuto anche grazie alla pressione che hanno prodotto sul governo russo leader mondiali come Dilma Rousseff, David Cameron e Ban Ki-Moon o premi nobel come Aung San Suu Kyi. Una via d’uscita che lascerebbe comunque l’amaro in bocca, come ha dichiarato Peter Willcox, capitano dell’Arctic Sunrise:

Potrei subito poter tornare a casa dalla mia famiglia, ma non sarei mai dovuto essere stato accusato e imprigionato. Ci siamo imbarcati per testimoniare la minaccia che l’ambiente sta subendo e la nostra nave è stata abbordata da uomini mascherati con pistole e coltelli.

Ora è quasi finita e potremmo essere presto liberi, ma non c’è amnistia per l’Artico. L’Artico rimane un tesoro globale molto fragile minacciato dalle compagnie petrolifere e dalle temperature in aumento. Siamo andati lì per protestare contro questa pazzia. Non siamo mai stati criminali.

A preoccupare sono ancora i ritardi e le omissioni da parte delle autorità russe. Malgrado il pagamento della cauzione tardano a essere restituiti agli attivisti passaporti e visti necessari per lasciare il Paese, così come resta incerto il futuro della Arctic Sunrise, ancora nelle mani russe malgrado il provvedimento di dissequestro emesso dal Tribunale del Diritto del Mare.

18 dicembre 2013
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