Allattare al seno è sempre preferibile rispetto all’uso del latte artificiale. Non solo perché crea un rapporto speciale tra madre e figlio, ma anche perché il latte materno contiene cellule vive e anticorpi che rendono il bambino più forte fin da subito.

Ora uno studio apparso sulla rivista Environmental Health Perspectives e condotto da un team di ricercatori del Dartmouth College di Hanover (Stati Uniti) rivela come allattare al seno sia anche più sicuro perché conterrebbe concentrazioni di arsenico molto più basse rispetto al latte artificiale.

I ricercatori hanno misurato la presenza di arsenico nel rubinetto di casa, nell’urina di 72 bambini di 6 settimane di vita e nel latte materno di 9 donne nel New Hampshire. I risultati dicono che il livello di questo elemento inquinante era 7,5 volte superiore nell’urina dei bambini che si nutrivano con latte in polvere a cui viene addizionata acqua. Nella maggior parte dei casi i livelli di arsenico superavano i valori di legge sia nei preparati che nell’acqua del rubinetto, ma in molti casi i valori relativi all’acqua erano di molto superiori a quelli contenuti nella polvere di latte.

L’arsenico si trova naturalmente in alcune rocce, legato ad altri minerali. In passato è stato usato in composti per la conservazione del legno e in agricoltura come pesticida. Adesso viene utilizzato nelle produzioni industriali di diversi settori: dal ceramico al farmaceutico, dal conciario alla produzione di vetro, fino alla produzione di fuochi d’artificio, vernici, componenti per l’elettronica.

La sua presenza nell’acquedotto oltre i livelli stabiliti per legge non è però necessariamente causata da una forma di inquinamento, spesso è conseguente del semplice dilavamento delle rocce che lo contengono. In ogni caso i suoi effetti sulla salute sono ben noti: in genere si tratta di rischio elevato di tumori alla pelle, al fegato, ai polmoni e ad altri organi interni, a problemi di iperpigmentazione, respiratori e altre malattie gravi.

Nel bambino in particolare è stato associato ad un aumento della mortalità fetale e in ogni caso a perdita di peso e a una diminuzione delle facoltà cognitive. Negli Stati Uniti, dove lo studio è stato realizzato, l’Environmental Protection Agency (EPA) ha fissato un livello di contaminazione massimo per l’acqua potabile pubblica, ma i pozzi privati, di cui molte zone rurali fanno uso, non sono soggetti alla stessa regolamentazione.

In Italia il limite da non superare, secondo la Direttiva Europea 98/83/CE, entrata in vigore il 25 dicembre del 2003 mediante il Decreto Legislativo 31/01, è di 10 µ/lt.

Valore che viene spesso superato in molte zone del nostro Paese (come Lombardia, Toscana e Trentino-Alto Adige, ma soprattutto Lazio) e che ci è valso, anche a luglio 2014, l’apertura di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea per il superamento dei valori limite in 37 aree del Paese, nonostante le tre deroghe concesse in precedenza di tre anni ciascuna.

24 febbraio 2015
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