Ci sono tantissime fonti di inquinamento nel nostro Paese a minacciare l’ecosistema locale e la nostra salute. Molte di queste sono note ed argomento di dibattito quotidiano: lo smog, il cattivo smaltimento di rifiuti, lo scarico a mare di residui industriali, ecc. Ci sono, però, pericoli meno noti e quantomeno imprevedibili.

Ad esempio in Italia si muore a causa delle armi chimiche. Ovviamente – e per fortuna – non perché esse siano comunemente usate nel nostro territorio, ma perché per vario motivo giacciono nei mari che circondano la nostra penisola o contribuiscono alla contaminazione dei nostri territori industriali. A svelare questo vero e proprio segreto, in molti casi persino “segreto di Stato”, è stata Legambiente con una conferenza tenuta ieri per presentare il dossier. Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione. L’obiettivo – aggiunge – è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento.

Come leggiamo nel comunicato dell’associazione, diverse sono le località italiane minacciate dalle armi chimiche: Molfetta, Napoli, Pesaro, Viterbo. Ognuna racconta una Storia diversa e condizioni di pericolo simili. In alcuni casi vecchie fabbriche di armi hanno scaricato per anni i loro prodotti in mare o sul territorio (magari dentro barili, ormai vetusti), in altri si paga lo scotto dei massicci bombardamenti in Kosovo, che si sono sommati a quelli della Seconda Guerra Mondiale che già giacevano indisturbati sul fondo dell’Adriatico. In tutti i casi, come detto, è la nostra salute e quella dei sistemi naturali interessati ad essere posta sotto serio pericolo:

Silenziosi e letali. Sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; 13mila i proiettili e 438 i barili contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati invece nel meraviglioso golfo di Napoli; 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Infine sono migliaia le bomblets, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo. Questi arsenali, prodotti dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla seconda guerra mondiale e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostante tossiche che da più di ottant’anni causano gravi danni all’ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali.

Per farci un’idea della diffusione geografica di questo dramma, vi riportiamo la cartina pubblicata nel suddetto dossier:

mappa armi chimiche

Agghiacciante anche l’elenco delle sostanze disperse, che vanno dall’iprite all’arsenico. Un vero e proprio bollettino di guerra:

Legambiente richiama allora le istituzioni italiane ad un senso si responsabilità. Come ben spiegato da Stefano Ciafani, vicepresidente dell’associazione:

Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione. L’obiettivo è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento.

Per un completo resoconto della situazione, sito per sito, vi rimandiamo al dossier di Legambiente. Noi ci uniamo all’appello perché si proceda al più presto ad una bonifica seria e completa.

Fonti: Legambiente.it

22 febbraio 2012
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