Quando l’esploratore norvegese Roald Amundsen toccò per primo le nevi del Polo Sud, nel dicembre del 1911, non sapeva che stava camminando su una superficie già inquinata. Uno studio realizzato da un gruppo di scienziati del Desert Research Institute del Nevada (DRI), con a capo Joe McConnell, rivelano deposizioni di piombo sulla superficie polare, già dal 1889.

Le analisi sono state fatte attraverso 16 carotaggi in diverse zone, sia costiere che interne, del continente antartico, incluso il Polo Sud. Da questi campioni si è potuto analizzare un range temporale che va dal 1600 al 2010 dC. La raccolta dei campioni è stata realizzata in collaborazione con la US National Science Foundation, il British Antarctic Survey, l’Australian Antarctic Division, e l’Alfred Wegener Institute tedesco.

Dallo studio delle concentrazioni, dell’arricchimento e dei flussi di deposizione del piombo, oltre che dalle concentrazioni isotopiche, si è riusciti a ricostruire gli andamenti della stratificazione di questo metallo pesante, dalle potenzialità inquinanti notevoli per gli ecosistemi.

I dati indicano che le quantità accumulate sono aumentate molto rapidamente dopo il 1885, raggiungendo un picco nel 1990, fino al 1920. Vengono rilevate quindi, consistenti diminuzioni in corrispondenza della Grande Depressione del 1932 e della Seconda Guerra Mondiale (1948). Da qui in poi invece, fino al 1975 le concentrazioni sarebbero cresciute costantemente fino al 1990, anno che costituisce il giro di boa, oltre il quale i valori sono scesi stabilmente, pur attestandosi in ogni caso su livelli quadrupli, rispetto a quelli rilevati prima dell’industrializzazione.

Un andamento purtroppo facile da interpretare e da attribuire. Il piombo è uno dei principali residui delle estrazioni minerarie e delle combustioni fossili. In particolare la causa principale di questa contaminazione sarebbe da attribuire all’attività di estrazione di Broken Hill, e al trattamento dei suoi minerali nella fonderia di Port Pirie in Australia. La stretta relazione è stata individuata in base a rapporti isotopici coincidenti per la fonte e per la zona di accumulo.

Sono stati presi in considerazione anche giacimenti minerari africani e la possibile correlazione con le emissioni vulcaniche, ma non sarebbero state trovate le stesse corrispondenze a livello di rapporti isotopici.

Per quanto riguarda i meccanismi grazie ai quali sarebbe avvenuta la deposizione, diversi ricercatori hanno ipotizzato una correlazione con la variazione della temperatura superficiale nel Pacifico equatoriale che induce a scala regionale cambiamenti nella circolazione atmosferica, la cosiddetta El Niño-Southern Oscillation (ENSO), ipotesi che le ricerche del DRI confermano.

Le quantità attuali di piombo “inglobate” nelle nevi e nei ghiacci polari sarebbero 660 t, ma già erano 140 nel momento in cui l’uomo mise piede sulla superficie di questo continente. Dal 1996 in poi, vari Paesi dell’emisfero australe hanno eliminato il piombo dalla benzina: Nuova Zelanda (1996), Brasile (1997), Argentina (1998), Cile (2001), Australia (2002) e Sud Africa (2006). I benefici sono stati misurati e come ha fatto notare McConnell:

Anche se i recenti livelli di contaminazione sono inferiori, chiaramente è rilevabile una contaminazione di origine industriale del continente antartico, che persiste oggi … quindi abbiamo ancora molta strada da fare.

29 luglio 2014
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, giovedì 31 luglio 2014 alle1:14 ha scritto: rispondi »

L'uomo riesce ad inquinare anche dove non ha mai messo piede, "complimenti per la straordinaria capacità".

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