Ha giocato con “Il Diavolo Veste Prada”, il film che si ispira alla sua carriera, presentandosi alla première del telefilm “Girls” indossando proprio un capo della nota casa di moda. Per l’universo dei social network è però un altro il ruolo che si addice ad Anna Wintour, l’influente direttrice di Vogue USA: quello di Crudelia De Mon. La scelta di sfoggiare una pelliccia colorata, con tanto di sciarpa abbinata, ha infatti alimentato le proteste congiunte di animalisti e semplici utenti sensibili all’argomento. E ne è nata anche una petizione.

Un cappotto bianco con una stampa multicolor, quasi a rivoluzionare il concetto classico della pelliccia, capo d’abbigliamento negli ultimi tempi tornato timidamente sulle passerelle dell’alta moda, ma anche sugli scaffali della grande distribuzione. Una pelliccia di vera marmotta, pare, capace di mandare in fumo anni di sensibilizzazione dell’universo fashion sulle crudeltà degli allevamenti di visoni, marmotte, ermellini, conigli. Sì, perché Anna Wintour detta legge nel mondo della moda, è l’editore più influente del Pianeta, e qualsiasi abito decida di indossare diventa immediatamente un trend. Nata forse come provocazione, agli occhi degli spettatori appare però come un inopportuno sfoggio di insensibilità, una totale mancanza di consapevolezza verso quelli che, così come anni di denunce e video rubati dalle associazioni animaliste dimostrano, sono veri e propri mattatoi.

Mentre la critica specializzata sembra concentrarsi più sulla tendenza lanciata dalla Wintour, su quanto fosse originale la stampa e gradevole il suo outfit, l’universo social non perdona. Su Twitter i messaggi tra lo stupito e l’indignato si moltiplicano di ora in ora e non mancano gli interventi di personaggi noti: Matteo Bordone, ad esempio, ha fornito un’analisi decisamente lucida su cosa davvero rappresenti quella pelliccia e quali effetti avrà sul consumatore finale, quello che fra qualche mese subirà l’esplosione di pelo e altri indumenti di origine animale sugli scaffali dei negozi. Altri utenti si organizzano invece con le petizioni, come quella nata da poche ore su Change.org per richiede a Vogue l’eliminazione di ogni pelliccia dalle pagine del suo patinato magazine:

Anna Wintour, tolga la pellicce dalle pagine di Vogue. Ogni anno oltre 50 milioni di animali vengono uccisi per il ricorso alla pelliccia nella moda. Bisogna fermare tutto questo. Non c’è niente di lussurioso nell’indossare un animale morto sulle proprie spalle.

Solo poche settimane fa lo scandalo della lana d’angora in Cina – tra conigli torturati e sanguinanti, perché il pelo viene strappato anziché rasato per recuperarne in lunghezza – ha convinto i big della grande distribuzione a rifiutarne il ricorso, almeno momentaneamente. E molte sono le aziende del fashion che nell’ultimo biennio hanno accettato la sfida di Greenpeace per abiti più etici e una produzione che non sfrutti indebitamente la manodopera, gli animali e non inquini i paesi del Terzo Modo. Non si può dire che negli ultimi cinque anni la moda non stia diventando più consapevole, tuttavia quel tanto discusso red carpet sembra averne azzerato i progressi, raggiunti non senza polemiche e fatica.

8 gennaio 2014
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