Gli animali possono replicare il linguaggio umano? È ciò che affascina gli studiosi che negli anni hanno eseguito test, prove ed esperimenti fonetici con esemplari in cattività. Senza dimenticare quelli allo stato brado e la loro comunicazione sempre costante. Nel 2010 lo studioso Adriano Lameira pose una telecamera davanti alla gabbia dell’orangotango Tilda, ospite dello zoo di Colonia in Germania, nella speranza di catturare versi e suoni. La simpatica scimmia superò le aspettative rispondendo all’input sonoro sia con un fischio simile a quello umano, ma anche replicando versi profondi, gutturali, pari a un linguaggio arcaico. Il tutto accompagnato da battere incessante di mani e schiocchi della lingua. Ma i primati come Tilda non sono gli unici in grado di emulare il lessico umano, è possibile annoverare i beluga, gli elefanti e ovviamente i pappagalli.

Il più noto di tutti fu il pappagallo Alex, educato e addestrato dalla scienziata cognitiva Irene Pepperberg, presso la Harvard University in Cambridge in Massachusetts. Il pennuto imparò molto rapidamente il linguaggio umano tanto da possedere una proprietà linguistica molto ricca, fino a dire “ti amo” e augurare buonanotte alla scienziata dopo una lunga giornata di lavoro. Alla sua morte, nel 2007, molti furono i fan sparsi per il mondo addolorati della prematura perdita. Il segreto di questa abilità, come svela la studiosa, risiede nella muscolatura del tratto vocale e nel suo spessore mista alla flessibilità e ai movimenti della lingua che consentono la replica dei versi umani. I beluga stessi possono imitare i vocalizzi umani, come l’esemplare Noc che gonfiava le cavità nasali per produrre suoni curiosi. Gli elefanti invece posizionano la proboscide nel cavo orale per modulare le sonorità, imitando i timbri vocali degli allevatori.

Imitazione e vocalizzi

Non tutti gli animali possono però imitare suoni e vocalizzi estranei alla loro specie, infatti questa è una caratteristica di pochi compreso l’uomo. Cosa permette ad alcuni di replicare, cosa accade in realtà nel cervello? Nella zona del proencefalo esistono alcuni punti di controllo dei muscoli adibiti alla vocalizzazione, solo poche specie li possiedono. Chi contempla questa zona particolare è in grado di apprendere nuovi suoni, controllare i muscoli del tratto vocale replicando quindi i nuovi vocalizzi. Dal punto di vista biologico lo studioso Erich Jarvis, della Duke University a Durham nella Carolina del Nord, ha scoperto che questo tipo di attivazione cerebrale corrisponde a una risposta di tipo genetico. Una serie di 50 geni presenti sia nell’uomo che negli elefanti, negli orango, nei beluga e nei pappagalli, che rispondono nello stesso modo.

In questo gruppo particolare è possibile inserire i pipistrelli, le foche, i delfini, le balene, i colibrì e alcune specie di uccelli canori. La loro predisposizione all’interazione è data da un’evoluzione autonoma che ha consentito lo sviluppo di alcune doti, piuttosto che altre, così da distaccarsi dai propri simili trovando nell’uomo un punto di riferimento interattivo. Non solo dal punto di vista vocale ma anche da quello ludico, oltre che di tipo relazionale. La maggiorparte di queste interazioni e repliche avvengono per imitazione, l’animale quindi impara la parola che è spesso un comando. Fondamentalmente non vi è la comprensione reale del termine come accade tra gli umani. A differenza del pappagallo che può comprendere e riconoscere in modo limitato parole ed oggetti, pratica su cui si sono attivati molti esperti così da rendere lo stesso più indipendente. Gli studi hanno quindi evidenziato che se l’imitazione vocale è diffusa, anche per favorire il mimetismo, la vocalizzazione consapevole è facoltà di pochi. Uno studio approfondito di questi ultimi potrebbe chiarire i passaggi evolutivi che hanno portato al linguaggio umano.

2 marzo 2015
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