Non solo l’uomo può patire la presenza delle epidemie, perché esistono una decina di malattie serie che potrebbero pregiudicare la sopravvivenza di molte specie animali. In particolare quelle più rare e fragili, molto meno resistenti all’impatto di virus aggressivi e feroci. Negli ultimi decenni si sono sviluppate molte patologie, alcune riemerse dal passato e già debellate. Tra le cause principale di trasmissione è possibile individuare la causa nella presenza dell’uomo, come elemento di distruzione dei vari habitat naturali. Ma anche la trasmissione da animali di affezione a bestiame, fino agli esemplari selvatici.

Una curva discendente che investe il mondo degli esemplari più delicati, magari specie in via di estinzione o in pericolo di sopravvivenza. Proprio quelle più bisognose di aiuto, sostegno e protezione. Ma l’avanzare indiscriminato dell’uomo incide sulle abitudini e sulle condizioni abitative di molti esemplari, riducendo gli spazi vitali e inquinando l’ambiente. Spesso acque e terreni sono le vittime predestinate colpite dalla mano dell’uomo e questo si ripercuote sugli animali. Lo sviluppo e la diffusione è molto più rapida se le condizioni di vita risultano precarie.

Malattie pericolose per gli animali

La più attuale di queste malattie è l’ebola, che incide drammaticamente sulla sopravvivenza umana ma anche su quella dei parenti più prossimi cioè le scimmie. Nel 1990 la malattia colpì la comunità di scimpanzè presenti nel parco nazionale Taï in Costa d’Avorio, mentre recentemente l’epidemia si è diffusa in Congo con un tributo pari a più di 5.000 esemplari negli ultimi 4 anni. Un’azione negativa incentiva dalla deforestazione a opera dell’uomo, che ne favorisce la diffusione rapida. Un secondo pericolo è identificabile nel fungo chytrid, che colpisce le rane e salamandre e produce la chitridiomicosi, responsabile dell’estinzione di circa 30 specie della famiglia degli anfibi. Questo fungo danneggia la cute delle rane e salamandre, elemento fondamentale per la loro respirazione, conducendole alla morte per asfissia.

Nel 1999 un’ondata di encefalite ha coinvolto la città di New York incidendo su moltissimi statunitensi ma anche su diversi corvi, la causa venne individuata nel virus del Nilo occidentale che si trasmette tramite una zanzara. La diffusione dall’Asia e l’Africa fino all’America e al Canada ha cagionato la salute di molti corvi, ma anche di altre diverse tipologie di volatili coinvolgendo anche cavalli e uomo. Nel 2006 in vece la sindrome del bianco naso ha colpito i pipistrelli, ovvero un fungo chiamato destructans Pseudogymnoascus che stravolge le regole del letargo di questi animali portandoli a muoversi fino ad esaurire le loro riserve di grasso invernale. Quasi circa 6 milioni di pipistrelli sono morti per fame nella zona del Nord America.

Anche l’antrace può rivelarsi mortale, le spore del batterio Bacillus anthracis possono vivere nel terreno infettando i pascoli e uccidendo gli erbivori ma anche l’uomo. Mentre una forma cancerosa piuttosto aggressiva ha colpito di Diavoli della Tasmania, producendo grumi presenti sul volto. La malattia si trasmette tramite il morso della parte, pratica piuttosto in voga tra questi animali combattivi, ma anche letale. La diffusione è rapida e l’animale muore in pochi mesi. Un’altra malattia che solitamente colpisce il cane potrebbe diventare molto diffusa e letale, il cimurro nel 1985 ha ridotto il numero dei furetti nel Wyoming. Nel 1990 e nel 2000 ha ucciso licaoni e leoni in Africa e Tanzania, e le tigri in Russia. La soluzione è rintracciabile nella vaccinazione dei cani domestici, ma anche negli animali selvatici causa della diffusione. In Australia invece è una patologia umana che incide sui koala: la clamidia trasmissibile sessualmente e può renderli sterili, ma anche ciechi oppure ucciderli. Ma la situazione è aggravata da una seconda malattia infezione all’HIV, un retrovirus che abbatte le difese immunitarie di questo animale.

Esiste un’altra infezione canina facilmente trasmissibile grazie alla presenza di un acaro, la rogna sarcoptica diffusasi anche tra volpi, vombati e lupi. Spesso agisce a livello cutaneo ma può progredire drammaticamente fino alla morte, moti animali selvatici vengono trattati con vaccinazioni e medicinali per contenere il contagio. Infine anche la peste può incidere sulla sopravvivenza della fauna selvatica, il batterio Yersinia pestis trasportato attraverso i viaggi e la diffusioni di ratti e topi in zone immacolate ha favorito la morte dei cani della prateria. Il nord America ha subito una mortalità pari al 90% di questi animali, e con loro anche quella dei furetti locali che hanno visto sparire il loro cibo principale. La vaccinazione, l’allevamento in cattività e la disinfestazione delle tane potrebbe servire per migliorare le condizioni di sopravvivenza di queste specie selvatiche.

30 marzo 2015
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