Sono molte le persone che in primavera cominciano a soffrire di allergie ai pollini. In questa stagione la natura si risveglia, moltissime piante cominciano a fiorire disperdendo granuli pollici nell’aria e per le persone il cui sistema immunitario risulta ipersensibile nei confronti di queste particelle, diventa un vero inferno. Ci sono poi delle piante come l’Ambrosia che prolungano la stagione delle allergie facendola arrivare fino a settembre inoltrato o comunque all’autunno.

L’Ambrosia che si trova in Italia appartiene alle specie A. psilostachya e A. artemisiifolia, ma non si tratta di una pianta autoctona, viene bensì dagli Stati Uniti. Da circa 20 anni si è diffusa a partire dalla zona di Malpensa, probabilmente perché arrivata come contaminazione di alcune merci. Ha poi preso piede nelle aree agricole incolte che si trovano intorno all’aeroporto.

Dalla Lombardia si è quindi diffusa anche in Piemonte, Veneto e negli ultimi anni pure in Regioni più a Sud come Umbria, Lazio, Molise e Campania. Ci sono già state segnalazioni preoccupanti nella Capitale per il continuo aumento dei casi di allergia, in particolare tra i bambini.

Ora la troviamo come pianta infestante nei campi, nelle zone incolte, lungo i sentieri, nei terrapieni e nelle massicciate ferroviarie. Luoghi per di più aridi e assolati. Sembra inoltre che il clima determinato dal surriscaldamento globale ne favorisca la diffusione.

Tra le due specie naturalizzate in Italia è particolarmente l’Ambrosia artemisiifolia a costituire il principale pericolo per la salute di molte persone. È nota per le sue notevoli potenzialità allergeniche. Riesce a produrre fino 2,5 miliardi di granuli di polline in una sola giornata.

I granuli sono inoltre dotati di speciali aculei che li fanno agganciare a qualsiasi cosa e riescono in tal modo a spostarsi anche di 100 km rispetto al luogo d’origine. La pianta fiorisce da metà luglio fino all’autunno dando origine a sintomi quali rinite, oculorinite e, nei casi più gravi, anche asma bronchiale.

Metodi di lotta

Ormai la sua presenza e diffusione sono considerate una minaccia per la salute di molte persone, per cui si cerca letteralmente di “debellarla” in tutti i modi. La Regione Lombardia ha imposto ordinanze che prevedono alcuni sfasci estivi, prima del periodo di pollinazione.

Dovrebbero essere realizzati, il primo, durante la terza decade di giugno, il secondo, nella terza decade di luglio e il terzo nella seconda di agosto. Spesso questi tagli hanno ottenuto però l’effetto opposto. Se i monconi dei fusti che rimangono sono più alti di 3-4 cm la pianta è ancora in grado di emettere germogli laterali che possono ancora fiorire abbondantemente.

Lo sfalcio da solo non è quindi risolutivo. Ecco che spesso vi si associano tecniche aggiuntive come la trinciatura, la discatura, l’erpicatura, l’aratura, la fresatura, la pacciamatura. Sono costose e laboriose, ma danno maggiore garanzia di successo nella lotta alla diffusione di questa pianta infestante.

La prima alternativa a questi metodi è la lotta chimica, la più adatta per i casi più difficili e per le grandi superfici. Naturalmente è preferibile cercare prodotti che limitino il livello di inquinamento sia per quanto riguarda il terreno che la falda acquifera.

Su piccole superfici l’estirpazione appare la soluzione più facile e definitiva. In alcuni casi viene applicato anche il pirodiserbo, un metodo di lotta fisico, che utilizza il calore di una fiamma o dei raggi infrarossi per danneggiare la pianta. L’Ambrosia viene praticamente “cotta” e non sopravvive.

Tra le strade che si stanno sperimentando negli ultimi tempi ci sono metodi a basso impatto ambientale: si parla di colture antagoniste, che puntano sulle specie che competono con l’Ambrosia, ma anche di lotta biologica. Particolare successo ha dal 2013 l’utilizzo del coleottero crisomelide Ophraella communa, originario del Nord America. Le sue larve, ma anche gli stadi adulti, si nutrono di questa pianta, in particolare delle foglie, impedendone la fioritura e la formazione dei semi.

A tutte queste pratiche si aggiungono strumenti molto importanti come i calendari delle fioriture. Si tratta di veri e propri calendari messi a disposizione dai Centri Nazionali di Aereobiologia o dalle ASL territoriali, per informare i cittadini dei periodi precisi di fioritura delle piante che determinano allergie da polline.

Ogni anno le dinamiche seguite da queste piante sono diverse in relazione al differente clima e alle condizioni di piovosità. Mediante campionatori volumetrici per la cattura dei pollini vengono misurate le concentrazioni nell’aria dei granuli pollinici e i dati vengono inseriti in questi calendari. In tal modo chi soffre le conseguenze di questa fastidiosa allergia può conoscere quali sono i luoghi e gli orari da evitare.

16 agosto 2016
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