Sarà un anno difficile, quello appena iniziato, per politici e tecnici europei. Di sicuro ci sarà un gran da fare per mettere un argine alla crisi economica e finanziaria, che ha messo in ginocchio una buona metà dei Paesi membri dell’Unione. Ma sul tavolo ci sono anche molte questioni spinose che hanno a che fare con l’ambiente e l’energia e che vanno risolte prima possibile.

Nel settore dei trasporti, ad esempio, si dovranno discutere i nuovi limiti alle emissioni di CO2 delle automobili. Che dovranno essere più stringenti e rischiano di penalizzare l’industria e l’indotto dell’automotive, già in profonda crisi con il crollo delle immatricolazioni. Gli europarlamentari, poi, dovranno decidere sul futuro del settore ferroviario, che necessita una maggiore competitività per poter reggere il confronto col trasporto su gomma.

Bisogna, poi, risolvere il nodo OGM. La Corte di Giustizia Europea, nel settembre scorso, ha accolto il ricorso della multinazionale americana Pioneer Hi Bred che aveva una licenza concessa da Monsanto per il mais geneticamente modificato Mon810. L’Italia, però, le aveva vietato di piantarlo sul territorio dello stivale. Ma la Corte ha chiaramente affermato che se quel mais è tra le varietà consentite in UE il nostro paese non lo può vietare. Durante il 2013 è previsto un nuovo pronunciamento del Parlamento Europeo, che potrebbe chiarire la situazione. O complicarla ulteriormente.

Per quanto riguarda l’energia, il capitolo è ampio e doloroso. Sugli idrocarburi, soprattutto. A novembre 2012 Parlamento e Commissione hanno presentato una proposta di regolazione per le attività estrattive offshore, una normativa a dire il vero abbastanza blanda anche se è stata presentata come una stretta contro le trivellazioni in mare. Il Governo italiano, tramite il sottosegretario De Vincenti già noto per il suo palese appoggio a petrolio e gas, ha fatto sapere che il nostro Paese appoggia la nuova proposta di direttiva.

Nel frattempo, però, la norvegese Statoil si appresta ad a dare il via alla campagna di trivellazioni nei permessi di Skrugard e Havis, nel Mare di Barents. Dovrebbe tirar fuori tra i 400 e i 600 milioni di barili di petrolio. In Italia, invece, si aspetta ancora il pronunciamento del Ministero dell’Ambiente sulla nuova piattaforma offshore di Edison ed Eni nel Canale di Sicilia, la Vega B.

Molto più articolata, restando agli idrocarburi, è la strada che porterà a una legge europea sullo sfruttamento dello shale gas e degli altri idrocarburi non convenzionali. Cioè sul fracking, per dirla in una parola sola. L’UE ha avviato una consultazione pubblica via internet, sta ascoltando la lobby del petrolio e i singoli Governi, e promette di indire un meeting pubblico su questo tema entro la prima metà del 2013. Il che vuol dire che, se tutto va bene, non ci saranno regole europee sul fracking prima della fine dell’anno.

Tempo. Esattamente quello che vuole l’industria del petrolio che, nel frattempo, si sta sbizzarrendo: in Polonia, dove chi contesta lo shale gas è spiato con tecniche militari, le licenze di sfruttamento del gas di scisto sono già più di 100. E a trivellare c’è anche l’italiana Eni, che guarda sia alla Polonia che all’extraeuropea Ucraina. In Inghilterra, invece, la corsa allo scisto è appena iniziata dopo la decisione del Governo conservatore di rimuovere la moratoria alle estrazioni di Cuadrilla Resources.

In Italia di fracking non si parla ufficialmente, ministri e politici si tengono ben lontani da questa parola come se la fratturazione idraulica non esistesse nemmeno. Eppure c’è più che un indizio che in Italia il fracking sia già una realtà, e non da oggi.

Ma se c’è una questione veramente complicata, in fatto di energia in Europa, è quella relativa al fotovoltaico. è in corso una vera e propria guerra sugli incentivi statali tra UE e Cina, con la prima che accusa la seconda di fare dumping. Concorrenza sleale ai produttori europei, che non hanno a disposizione i sussidi, gli sgravi fiscali e i finanziamenti agevolati di cui godono i colleghi cinesi. Sciogliere questo nodo non sarà affatto facile, anche perché sono in molti a credere che gran parte del futuro fotovoltaico della Cina dipenda dall’UE che, nel 2012, ha assorbito circa il 40% delle esportazioni solari della Cina.

Fonti: Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, RigZone

3 gennaio 2013
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