Una decina di giorni fa i ricercatori della Oxford University hanno scoperto come le foreste pluviali africane siano le più adattabili al cambiamento climatico, perché temprate da oltre 4.000 anni di mutamenti repentini che hanno privilegiato delle varietà vegetali particolarmente resistenti, seppur sacrificando molte specie anche dal mondo animale. La stessa fortuna, tuttavia, potrebbe non averla la foresta amazzonica.

Negli ultimi giorni le testate di tutto il mondo hanno riportato come l’Amazzonia stia perdendo le proprie caratteristiche di polmone verde del pianeta a causa della deforestazione. Di poche ore fa è invece la diffusione delle immagini satellitari della vegetazione del Brasile, che dimostrano con scioccante schiettezza quello che i numeri non sempre riescono a rappresentare al meglio.

A diramare gli scatti è lo studio condotto da Environment 360, testata che denuncia un triste destino per le foreste pluviali di tutto il mondo, dal Brasile al Borneo. E proprio in Brasile, cuore della foresta amazzonica, provengono le notizie più allarmanti: non solo dalle immagini aeree si scopre come siano in rapida crescita prati e campi, ma soprattutto si apprende come le strade d’accesso al legname abbiano segnato enormi solchi nella geografia della zona.

Le autorità brasiliane, infatti, starebbero provvedendo alla costruzione di oltre 7.500 chilometri di strade e autostrade pensate per garantire un rapido accesso al bacino amazzone, con tre percorsi ad alto scorrimento realizzati con gli stati comunicanti per collegare la sponda del Pacifico al cuore dell’Amazzonia. La motivazione sarebbe fin troppo scontata: non deludere gli avidi acquirenti asiatici, che proprio dal Pacifico traggono la loro rotta di trasporto più vantaggiosa.

Le vie di comunicazione stradale, tuttavia, rischiano di essere addirittura più dannose dell’abbattimento di alberi per alimentare l’industria della carta, quella dell’arredamento e molte altre ancora. Se le rudimentali strade in terra battuta risultano teoricamente semplici da riadattare alla biocompatibilità della zona, lo stesso non è per quelle asfaltate, che pare stiano sorgendo a una velocità imbarazzante. Così come sottolinea William Lawrence, membro di spicco dell’International Nature Conservation dell’Utrecht University, la pavimentazione è la vera condanna a morte per l’Amazzonia:

«Le autostrade asfaltate sono specificatamente pericolose per le foreste. Forniscono un accesso rapido alle risorse per tutto l’anno, riducono i costi di trasposto e causano più danni di larga scala sulla biodiversità selvatica rispetto alle vie rudimentali, che tendono a non essere percorribili durante la stagione delle piogge. Le nuove rotte proposte attraggono sciami di speculatori edilizi, che si affrettano a comprare terreni forestali a basso costo che in un futuro rivenderanno al miglior offerente. […] Forse il peggior aspetto delle autostrade asfaltate è che generano una fitta rete di vie secondarie, che allargano ulteriormente la distruzione ambientale. Per esempio, i 2.000 chilometri dell’autostrada Belem-Brasilia, terminati agli inizi degli anni ’70, si sono oggi evoluti in 400 chilometri di falciata della foresta nei dintorni dell’Amazzonia brasiliana orientale.»

Ma l’impatto di queste vie di comunicazione può essere ridotto, pur garantendo momentaneamente la sussistenza di alcune economie locali? In linea teorica, i tunnel sotterranei potrebbero ridurre l’impatto sull’ecosistema idrologico della zona, considerate le frequenti piogge. Le strade, inoltre, potrebbero essere progettate in modo che siano sufficientemente strette per garantire la trasmissione delle specie vegetali da una sponda all’altra, mentre gli animali potrebbero essere salvaguardati con dei percorsi di attraversamento appositi, con sottopassaggi sotterranei o ponti di corda. Tutte queste misure, però, avrebbero un effetto solo lieve nella riduzione del danno ambientale e dell’inquinamento da trasporto, tanto che l’esperto brasiliano Eneas Salati riesce a intravedere solo un’unica soluzione provocatoria:

«La cosa migliore da fare per l’Amazzonia è bombardare tutte le strade.»

Boutade a parte, la cura alla fine annunciata dell’Amazzonia potrebbe invece derivare dalla trasformazione in riserve di gran parte delle aree coinvolte dalla deforestazione. Un obiettivo quasi irraggiungibile, considerato come governi e aziende non vorranno di certo rinunciare ai ricchissimi guadagni della vendita del legno, in alcune aree unica fonte di sostentamento.

Fonti: Environment 360, EcoRazzi

21 gennaio 2012
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Oscar, mercoledì 23 ottobre 2013 alle7:10 ha scritto: rispondi »

La prima causa della distruzione della foresta Amazzonica è quella dell'allevamento bovino. Le mucche sono destinate all'alimentazione umana ovvero a gran parte del pianeta. Nell'articolo le mucche non sono neanche nominate.

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