Può una valle apparentemente lontana da tutto essere all’avanguardia nell’utilizzo delle fonti rinnovabili, della tutela idrogeologica e dell’ambiente e, contemporaneamente, essere anche un’ottima meta per il turismo sostenibile? A quanto pare sì. In Alto Adige, in Val di Funes per la precisione, c’è tutto quello che cerca un ambientalista. E in inverno c’è pure la neve.

Funes, piccolo Comune formato da sei frazioni inerpicate nella valle (Colle, San Giacomo, Santa Maddalena, San Pietro, San Valentino, Tiso), con poche centinaia di abitanti ognuna, dagli anni ’60 a oggi ha saputo reinventarsi: da località isolata abitata quasi solo da pastori a piccola perla ai piedi delle Dolomiti. Con Bolzano sotto e il Parco naturale di Puez-Odle sopra, il tutto all’interno di un sito UNESCO patrimonio dell’umanità. Ma partiamo dall’energia, settore dal quale è iniziata la svolta di quella che oggi con orgoglio si definisce una “Green Valley“.

Nella prima metà del secolo scorso la valle di Funes, elettricamente, funzionava “a isola”: alcuni piccoli impianti idroelettrici ad acqua fluente alimentavano la comunità montana e, poiché non c’era alcun collegamento con la rete elettrica nazionale, quando la produzione idroelettrica non bastava si faceva ricorso ai generatori a gasolio. Una soluzione costosa e inquinante.

Nel corso degli anni la locale cooperativa elettrica, i cui soci sono gli stessi abitanti della valle, ha provveduto all’allacciamento alla rete elettrica nazionale e al potenziamento della produzione idroelettrica. Così, da quando la valle è stata connessa alla rete, ha potuto fare a meno del gasolio per coprire il picco di consumi elettrici. Ma non era ancora sufficiente perché gli abitanti erano abituati a prodursela da soli l’energia di cui avevano bisogno.

Alla prima centrale idroelettrica moderna presente a Funes, cioè quella di Santa Maddalena (in esercizio dal 1966, rinnovata nel 2010, potenza di 225 kWp), si sono aggiunte negli anni quella di San Pietro (attiva dal 1987, potenza di 482 kWp) e soprattutto quella di Meles (inaugurata nel 2004 con potenza di 2,7 MW) che ha fatto tornare il bilancio elettrico di Funes costantemente in attivo. Oggi, infatti, la valle produce più energia elettrica (per di più rinnovabile e pulita) di quanta non ne consumi.

Il resto la vende alla rete nazionale, con notevoli profitti visti gli incentivi statali. I ricavi della cooperativa elettrica vengono reinvestiti nel territorio sia spalmandoli in sconti sulla bolletta elettrica (i soci nel 2010 pagavano appena 8,5 centesimi di euro al kWh per gli impianti domestici da 3 kW) sia progettando e realizzando nuovi impianti. Come l’ultima fatica della cooperativa: il teleriscaldamento di tutta la valle e persino delle strutture di montagna a duemila metri di altezza.

Le due centrali di teleriscaldamento a biomasse legnose, quella di San Pietro e quella di Santa Maddalena entrate in funzione rispettivamente nel 2007 e nel 2008, producono solo calore e non elettricità. La prima con una caldaia a trucioli di legno da 1,1 MW termici e la seconda con una caldaia da 700 kW termici sempre a biomassa legnosa. Entrambi gli impianti hanno anche una seconda caldaia a biodiesel per coprire i picchi di richiesta e le emergenze: rispettivamente da 4,5 MW e 2,5 MW termici. È allo studio la possibilità di estrarre biogas dal letame dei numerosi bovini allevati nella valle.

A dirla tutta, però, i consumi termici della Val di Funes sono molto inferiori a quanto si possa pensare. Il progetto CasaClima di Norbert Lantschner, infatti, è nato proprio a Bolzano, a soli 40 chilometri di distanza, e si è diffuso in fretta in questo territorio dove d’inverno la temperatura scende abbondantemente sotto lo zero mentre d’estate non è difficile toccare i trenta gradi centigradi nei balconcini fioriti delle case ben esposte al sole della montagna.

La scelta del legno come combustibile, poi, non è stata ovviamente casuale a Funes: la valle è circondata dai boschi che coprono le Odle, gruppo montuoso che insieme a quello di Puez costituisce buona parte del Parco naturale di Puez-Odle istituito nel 1978. Per chi ama la montagna le Odle sono un gruppo famoso: ospitano una scuola di roccia che forma alpinisti, guide alpine e soccorritori. Ancor prima della nascita di una scuola di roccia ufficiale, però, le Odle hanno insegnato l’antica e difficilissima arte della montagna a Reinhold Messner.

I boschi di Odle-Puez, sembrerà strano ma è così, sono in gran parte privati. Appartengono alle famiglie dei pastori che, da secoli, attraversano le Alpi in cerca di pascoli per le proprie pecore. Privato, però, non vuol dire sfruttabile all’infinito: i pastori-boscaioli hanno l’obbligo di tenere pulito il bosco e possono tagliare gli alberi solo sotto stretto controllo delle autorità forestali. L’equilibrio tra uomo e natura, in questo modo, è garantito: c’è legna da ardere per il riscaldamento e il patrimonio forestale resta sempre “pulito e in ordine”, minimizzando il rischio di incendi e frane.

Dalla frazione di Santa Maddalena, a Funes, a 1.339 metri sul livello del mare, sino agli alpeggi a 2.000 metri. All'interno del parco naturale di Puez-Odle, patrimonio UNESCO dell'umanità.

Molti dei rifugi in montagna dei pastori, poi, negli anni sono stati trasformati in strutture turistiche dove si può mangiare e a volte anche dormire. Un grosso albergo in cemento armato, da queste parti, è un’offesa sia alla natura che agli abitanti.

E questa collaborazione tra pubblico e privato ha permesso il miracolo turistico della Val di Funes, basato (turismo sciistico a parte) principalmente su due punti cardine: le escursioni in quota, accompagnati da esperte guide alpine, e quelle enogastronomiche, tra i presidi Slow Food. Due cose che vanno perfettamente d’accordo visto che le lunghe camminate in montagna mettono un appetito da lupi.

Le montagne altoatesine sono un paradiso di biodiversità: alzando al testa si ammirano le chiome di abete rosso e bianco, larice, pino silvestre, cembro e mugo mentre abbassandola si vedono i prati grassi e magri che pullulano di pulsatilla, soldanella, primula farinosa, croco, aconito, elleboro bianco, cardo spinosissimo, genziana punteggiata, achillea millefoglie, arnica colchico, rododendro nano, scarpette di Venere (o scarpette della Madonna), giglio martagone, giglio rosso, carice, sesleria comune, stella alpina, sassifraghe. Anche in questo caso, a meno di non essere degli esperti di botanica, per godere pienamente della natura altoatesina è necessario farsi accompagnare da una guida.

Dopo la passeggiata che, mi raccomando, richiede assolutamente un paio di comode scarpe da trekking e possibilmente due bastoncini da montagna, è d’obbligo assaggiare le squisitezze tipiche che la natura della valle offre in abbondanza. Vegetariani e amanti della carne saranno entrambi accontentati, come anche gli estimatori dei formaggi, perché la scelta di alimenti e cibi tipici a chilometro zero non manca di certo.

I vegetali di punta sono l’asparago bianco, pregiatissimo e dal sapore molto delicato, la rapa, l’erba cipollina e il rafano. Da non dimenticare, poi, la frutta fresca: mele, fragole e frutti di bosco. Il piatto tipico della zona sono i canederli, dei grossi gnocchi a base di pane raffermo variamente “imbottiti” e conditi: si va da quelli salati col grano saraceno (assolutamente da non perdere) a quelli dolci con miele o cannella. Tra le carni, come non citare quella bovina locale e i salumi come lo speck, mentre un discorso a parte va fatto per la “pecora dagli occhiali“.

Questa antica razza ovina, un tempo diffusa in molte valli dolomitiche, oggi è a rischio di estinzione perché è stata soppiantata da altre razze da lana e da carne molto più produttive. Grazie al lavoro di una cinquantina di pastori e al coordinamento di Slow Food, però, da qualche anno si è tornati ad allevarla con buoni risultati. La bassa rendita economica di un tempo, che l’aveva condannata a scomparire, è improvvisamente cresciuta grazie anche ad alcuni chef di Funes che oggi usano l’agnello di questa razza in abbinamento con altri cibi tipici locali per creare piatti da buongustai. Anche la lana ha trovato uno sbocco commerciale, sempre grazie al lavoro di imprenditori locali.

Infine, i vini. Dell’Alto Adige si conoscono quasi solo i bianchi: Gewürztraminer, Riesling, Pinot Bianco. In realtà nella regione si producono anche ottimi rossi, come il Lagrein e il Pinot Nero. Le produzioni biologiche si stanno diffondendo in fretta e con ottimi risultati, come anche i vini prodotti da uve coltivate esclusivamente nelle valli: resa inferiore, ma profumo e qualità eccezionali. Basta un dato per capire di quale e quanta qualità stiamo parlando: l’Alto Adige ha appena lo 0,7% dei vigneti complessivamente impiantati in Italia, ma attualmente raccoglie il 5% dei premi nazionali.

Ora, se mettiamo insieme un modello energetico virtuoso e basato sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico, un parco naturale tenuto come un gioiello dagli stessi abitanti e la orgogliosa riscoperta dei prodotti tipici locali a chilometro zero, diventa abbastanza chiaro perché la Val di Funes oggi può descrivere sé stessa come una “Green Valley”. Senza timore di smentita.

11 giugno 2012
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I vostri commenti
Cuneosis, venerdì 22 febbraio 2013 alle11:17 ha scritto: rispondi »

perchè nel teleriscaldamento le caldaie di emergenza sono molto più potenti delle caldaie in esercizio? Roberto Cuneo

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