Cambiamenti climatici, acidificazione degli oceani, pesca eccessiva e distruzione degli ecosistemi marini. Sarebbero queste le cause che se portate avanti ai ritmi attuali potrebbero portare, entro il 2050, ad un vero e proprio svuotamento di mari e oceani dai pesci.

È l’allarme lanciato dall’ONU in occasione di un convegno organizzato dalla Ocean Sanctuary Alliance, una partnership di Paesi tra i quali Italia, Bahamas, Polonia, Palau, Maldive, Australia, Olanda e Israele, che ha lo scopo di garantire l’impegno delle nazioni per arrivare a “conservare e usare sostenibilmente mari e oceani e le risorse marine”.

A dimostrare l’urgenza della questione uno studio degli scienziati della University of British Columbia (UBC) presentato pochi giorni fa in Giappone. La ricerca ha come titolo “Predicting Future Ocean” ed è inserita nel programma Nereus: un programma costituito da un gruppo di ricerca internazionale guidato da scienziati della UBC e sostenuto dalla Fondazione Nippon. È stato creato con l’intento di studiare quello che sarà il futuro degli oceani e della vita in essi contenuta, con particolare riferimento alle specie ittiche.

A sostenere questo progetto di ricerca interdisciplinare, che durerà nove anni, anche l’Università di Cambridge, la Duke University, la Princeton University, l’Università di Stoccolma, il World Conservation Monitoring Centre del Programma Ambientale delle Nazioni Unite e l’Università di Utrecht.

Lo studio sostiene che il settore della pesca subirà inevitabilmente un calo, che la biodiversità marina cambierà, così come i meccanismi della rete che distribuisce il pesce in tutto il mondo, determinando pesanti conseguenze non solo a livello ambientale, ma anche economico e sociale incidendo molto sull’alimentazione. Lo conferma William Cheung, co-direttore del programma Nereus:

I tipi di pesce che porteremo in tavola saranno in futuro molto diversi. I pescatori cattureranno molte più specie di acqua calda, dalle dimensioni inferiori, e questo influenzerà l’approvvigionamento ittico proveniente sia dalle attività di pesca nazionale e d’oltremare, sia dalle importazioni.

Fare qualcosa è però ancora possibile: serve migliorare la gestione degli oceani e della pesca, praticare politiche di pesca sostenibili per preservare le risorse attuali e allo stesso tempo portare avanti azioni coraggiose per ridurre le emissioni di CO2 nel tentativo di non oltrepassare la soglia dei fatidici “+2°C” entro la fine del secolo.

3 luglio 2015
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, domenica 5 luglio 2015 alle1:33 ha scritto: rispondi »

Sono molto più preoccupato per la pesca intensiva dovuta alla sempre maggiore richiesta di cibo per miliardi di persone.

mexsilvio, venerdì 3 luglio 2015 alle20:41 ha scritto: rispondi »

COME SI FANNO A FARE PREVISIONI SIMILI ..???

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