Quando design, scienza e biologia si uniscono possono nascere progetti davvero sorprendenti. È quello che è successo con Jellyfish Barge, letteralmente “medusa piattaforma”, un progetto innovativo di coltura idroponica che utilizza energie rinnovabili e che ha preso il via ieri 7 settembre alla Darsena di Milano. Vi resterà fino al 31 ottobre.

L’ideazione del progetto risale al 2009 ad opera dei due architetti Cristiana Favretto e Antonio Girardi, che l’avevano presentata nel 2012 alla Biennale di Venezia. Era la prima versione di questa serra agricola che produce vegetali senza consumare suolo, utilizzando acqua ed energie rinnovabili.

Successivamente il progetto è stato proposto al professor Stefano Mancuso, direttore del laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze e ne è nata Jellyfish Barge, grazie anche ai finanziamenti della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana.

La coltura idroponica permette di coltivare risparmiando il 70% dell’acqua rispetto all’agricoltura tradizionale. L’acqua che viene usata è quella del mare, depurata e dissalata con dei dissalatori solari ideati dallo scienziato ambientale Paolo Franceschetti.

Funzionano imitando la distillazione solare che avviene normalmente in natura: il sole fa evaporare l’acqua del mare che poi ricade come acqua piovana. In Jellyfish Barge l’aria si condensa, all’interno di fusti, a contatto con l’aria fredda del mare. Con questo metodo si possono ottenere ogni giorno 150 litri di acqua pulita e dolce.

La struttura esterna è costruita con materiali a basso costo, che possono essere riciclati e riciclabili. La piattaforma della superficie di 70 mq è realizzata con una base in legno, sulla quale sono montati dei fusti in plastica riciclata. Viene chiusa da una serra in vetro sempre su base di legno. La forma della base è ottagonale, in modo da costituire un modulo che può essere replicato praticamente all’infinito per aumentarne la produzione.

Così com’è organizzata questa serra semplice, ma tecnologica, può fornire sostentamento per circa 8-10 persone, due nuclei familiari. Con più moduli potrebbe arrivare però a rendere indipendente una comunità. Quello che può crescere al suo interno è frutta e verdura di qualsiasi tipo, tranne i tuberi perché le radici entrerebbero nei canali dove passa l’acqua.

Viene usata anche per realizzare esperimenti: i tecnici hanno provato a coltivare utilizzando anche acqua salata e hanno visto che alcune piante reagiscono producendo antiossidanti. Insomma questa sembra la prospettiva giusta per un futuro in cui la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone e in cui i problemi di scarsità d’acqua si faranno sentire sempre di più.

Sono già molti i riconoscimenti ottenuti, per citarne alcuni: ha partecipato al contest del Padiglione degli Stati Uniti a Expo Milano, evento nel quale è stata anche uno dei progetti di punta della Regione Toscana; è stata ammessa all’acceleratore d’impresa all’interno di American Food 2.0 ed è arrivata seconda al premio UNECE Ideas for Change Award, ideato dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Europa.

8 settembre 2015
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