Biologico sì, biologico no? L’agricoltura biologica è da tempo al centro del dibattito nel nostro Paese. È davvero più salubre? E si può davvero definire ecologicamente sostenibile? I prodotti non Bio fanno davvero così male? Per capirci di più, abbiamo deciso di incontrare una medio/piccola azienda che da anni opera nel settore.

Abbiamo scelto la Ecofruit, operante nel territorio di Bagheria, provincia di Palermo. La scelta non è casuale: molto spesso si indica il modello Bio, come un modello di azienda in grado di creare lavoro e competitività in aree economicamente non fortissime. Abbiamo avuto, dunque, anche la possibilità di chiedere se davvero il settore riesca a tenere anche nell’attuale periodo di crisi.

A rispondere alle nostre domande è stato Rosario Provino, Direttore Generale della O.P. Ecofruit Soc. Coop.

Lei amministra una delle ormai tante aziende che hanno investito nel settore del biologico. Possiamo iniziare l’intervista riassumendo in breve di cosa vi occupate esattamente e cosa producete?

Siamo una Cooperativa di produttori agricoli, riconosciuta come Organizzazione di Produttori ai sensi della vigente normativa comunitaria. Alle O.P. la legislazione comunitaria attribuisce compiti di rappresentanza e di intervento sul territorio, utilizzandole come strumento per l’attuazione delle politiche agricole della CE. I nostri soci produttori (circa 350) si trovano in tutto il territorio regionale e coltivano circa 2.350 Ha. di superficie agricola. Le colture sono praticamente tutte quelle praticate in Sicilia: Agrumi, Frutta secca ed in guscio, frutta e verdure. Siamo specializzati nella produzione e commercializzazione di prodotti biologici certificati. I nostri prodotti sono avviati al mercato del fresco, dopo essere stati selezionati, calibrati e condizionati secondo le specifiche esigenze dei nostri clienti. Abbiamo recentemente iniziato anche la produzione di prodotti trasformati: verdure grigliate sott’olio, paté di verdure, confetture di frutta e sughi pronti. I nostri mercati di destinazione sono in ordine d’importanza: Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svizzera, ed in misura minore quasi tutti i paesi europei.

Il 16 ottobre si è tenuta la Giornata mondiale dell’alimentazione. Il tema di quest’anno è stato “Sistemi alimentari sostenibili per la sicurezza alimentare e la nutrizione”. Altro slogan proposto dalla FAO è “La salute dell’uomo dipende da sistemi alimentari sani”. Cosa può offrire il mondo dell’agricoltura biologica rispetto a queste tematiche: sicurezza alimentare, salute, sostenibilità?

Il mondo dell’agricoltura biologica può offrire, e probabilmente è il solo a poterlo fare, ampie garanzie per la tutela delle salute del consumatore e dell’ambiente. Il sistema di controllo dei prodotti è l’unico che garantisce una perfetta tracciabilità ed un costante monitoraggio da parte degli organismi pubblici competenti. Ma il maggior controllo lo effettuano gli operatori della filiera: noi, ad esempio, eseguiamo circa 1.000 analisi multiresiduali l’anno e disponiamo di tre agronomi che quotidianamente visitano e contattano i soci per fornire l’assistenza tecnica necessaria, controllando contemporaneamente il loro operato. I nostri clienti, a loro volta, effettuano controlli per tutte le tipologie di prodotto fornito. Il livello di anomalie e/o truffe nel biologico (che pure esistono) è il più basso di tutto l’agroalimentare. Un prodotto certamente biologico dà ampie garanzia al consumatore sulla sua provenienza e sulla sua salubrità.

Sono ormai innumerevoli gli studi che certificano come l’alimentazione sana e priva di residui di pesticidi nel lungo termine sia assolutamente un grande fattore di prevenzione e di protezione contro numerose malattie. I prodotti biologici sono normalmente anche più “gustosi” rispetto a quelli convenzionali, aumentando il piacere di stare a tavola.

Coltivare con metodo biologico significa non utilizzare fertilizzanti chimici e pesticidi di sintesi, rispettando l’ambiente. Dobbiamo sfatare un mito: non esiste più l’ambiente “naturale”. Il nostro mondo è ormai così fortemente antropizzato e la richiesta di derrate alimentari è talmente alta e sempre crescente, che le aree “selvagge” sono ormai molto ridotte e lontane dalle zone dove è più alta la presenza umana. Nelle zone antropizzate e nei loro pressi, l’agricoltore è il vero operatore della tutela ambientale. Lui fa la differenza sul territorio con le sue scelte che possono inquinare e sterilizzare il suolo o renderlo “vivo” e pulito. Coltivare con tecniche biologiche è sicuramente più difficile e richiede una preparazione dell’operatore agricolo molto superiore rispetto alle colture convenzionali, ma è la sola scelta che garantisce contemporaneamente la salute dei consumatori (e degli operatori) e la tutela del territorio.

Alcuni critici hanno nel tempo sottolineato come il biologico sia sostenibile soltanto come produzione di nicchia. Non garantendo gli stessi standard produttivi, infatti, convertire la produzione esistente alle metodologie bio comporterebbe un aumento insostenibile di terreni da coltivare o una riduzione produttiva enorme. Come risponde a tali argomentazioni?

Molti di questi critici non sono disinteressati: parlano in nome e per conto di multinazionale degli OGM o della chimica.

La prima osservazione che voglio fare è che, nei paesi sviluppati, una percentuale prossima al 30% di quello che si produce è scartata o semplicemente buttata nella spazzatura. Basta cambiare i termini del problema: invece di produrre di più, compriamo solo la quantità che effettivamente ci serve.

La seconda osservazione parte da un esempio che ci tocca direttamente nelle aree in cui viviamo. Quarant’anni fa i limoneti di Bagheria coltivati con tecniche “biologiche” ante litteram utilizzando come ammendante lo stallatico in grandi quantità e, nel periodo invernale, la semina di fave, riuscivano a produrre anche kg. 60.000 per ettaro di limoni di ottima qualità. Oggi i pochi limoneti non ancora abbandonati, coltivati da decenni con grande dispendio di fertilizzanti chimici e di fitofarmaci di sintesi, riescono a produrre non più di 20.000 kg. di limoni di scarsa qualità. Gli effetti vantaggiosi della chimica si vedono nel brevissimo periodo perché introducono grandi quantità di sostanze nutritive immediatamente assimilabili, ma nel lungo periodo il suolo diviene sempre più sterile, scompaiono i microorganismi utili, scompaiono i lombrichi e tutta quella fauna che rende il terreno soffice, aerato e fertile. La lotta fitosanitaria effettuata con prodotti chimici di sintesi risolve i problemi immediati ma uccide anche tutta la popolazione di insetti utili. Ci vorranno sempre più trattamenti e sempre più spesso. Tutto ciò non produce più quantità e soprattutto non fa più qualità. Fa soltanto vendere più fertilizzanti e più veleni alle multinazionali della chimica. Dobbiamo infine considerare che il nostro territorio non è vocato alle colture estensive di commodities (soia, mais, etc.) per il semplice motivo che non abbiamo le grandi pianure americane o di altri paesi. Noi produciamo piccole quantità di prodotti eccezionali che il mondo ci invidia, ed è questo tipo di produzione che dobbiamo valorizzare, avendone convenienza anche dal punto di vista commerciale e del reddito che riesce ad ottenere l’agricoltore.

Altri critici mettono in dubbio che, ad esempio, una melanzana bio sia davvero più sana di una non bio. Si dice, ad esempio, che il contenuto nutrizionale non vari particolarmente. A livello salutare cosa cambia realmente fra Bio e coltivazione tradizionale?

A questi critici è facile rispondere: potendo scegliere tra una melanzana che contiene residui di tossine e di ormoni ed una “pulita” quale mangeresti?

Dobbiamo serenamente ammettere che anche nel convenzionale, nell’ultimo decennio, la quantità di residui presenti si è sensibilmente ridotta, e questa è senz’altro una buona notizia, ma anche una conferma che la direzione giusta è quella che tendenzialmente ci porta ad eliminare la chimica dalle nostre coltivazioni.

I contenuti nutrizionali di un prodotto bio sono, normalmente ed a parità di condizioni pedoclimatiche, migliori del prodotto convenzionale. Sottolineo a parità di condizioni, se analizziamo prodotti provenienti da aree completamente diverse i risultati ci potrebbero portare a conclusioni opposte. Ma la migliore analisi la può fare ognuno di noi. Basta assaggiare un prodotto biologico per rendersi conto che ha più sapore ed un gusto più gradevole, e siccome i nostri sensi si sono affinati nei millenni di selezione naturale per farci capire cosa è meglio per noi da mangiare, fidiamoci di essi.

La vostra azienda lavora in una regione particolarmente colpita dalla crisi. Si dice che il biologico sia uno dei pochi settori a resistere: conferma? Quali sono le prospettive di crescita di questo genere di agricoltura nel Mezzogiorno?

Confermo che il biologico è uno dei settori in controtendenza rispetto alla generale crisi che da qualche anno ci colpisce. Rispetto agli anni pre-crisi cresce meno, ma continua a crescere!

Il rallentamento della crescita può essere imputato anche ad una maggiore maturità del mercato che va esaurendo la spinta iniziale della “novità” e del vantaggio di rapportarsi a numeri precedenti relativamente piccoli. Quindi questo settori non solo resiste, ma è ancora occasione di sviluppo. Credo che nel medio periodo le prospettive di crescita siano ancora positive e consentano anche l’inserimento di nuovi operatori. Bisogna però considerare che sono ormai finiti i tempi pionieristici del bio ed oggi si richiede agli operatori grande preparazione, professionalità e struttura tecnico finanziaria adeguata ad affrontare i mercati europei. Infine credo che molto ci sia da fare in termini di ricerca ed innovazione del prodotto per consolidare ed espandere la propria presenza sui mercati smarcandosi con nuove proposte dai nostri competitors più prossimi. Per queste ultime considerazioni ritengo che occorra urgentemente l’inserimento di forze più giovani nel nostro settore che possano portare una ventata di novità ed un modo diverso di approcciare i mercati.

1 novembre 2013
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