L’industria Miteni, nel Veneto, è finita nell’occhio del ciclone per un blitz, l’ennesimo in realtà, di un gruppo di attivisti che, da anni si scaglia contro questa fabbrica considerata responsabile dell’inquinamento delle acque da Pfas in diverse zone della regione.

Secondo nuovi studi, il pesce pescato a Creazzo ha nei tessuti una quantità di Pfas, un composto chimico pericoloso,  settecento volte sopra la soglia considerata pericolosa per l’uomo. Non solo, anche chi lavora nei pressi di Creazzo, dopo diverse analisi, ha nel corpo grandi quantità di Pfas considerate ben al di sopra della norma. Sono dati allarmanti su cui stanno indagando ben tre procure per inquinamento di acque e ambiente da parte di nove soggetti.

Si riapre così la battagliadel Pfas: la prima era stata combattuta nella seconda metà degli anni ’70 quando si chiuse una fabbrica di proprietà del Conte Marzotto, e si dichiarò il Po come il fiume più inquinato d’Italia. Da allora gli studi si sono susseguiti ed è stata “delimitata” una sorta di area rossa contaminata dal Pfas che comprende 79 comuni a sud di Trissino.

Il Veneto ha così allestito una sorta di task force per un controllo medico collettivo di circa 90mila persone. Uno screening che durerà 10 anni, ma i dati parlanod chiaro e come dichiara il dottor Cordiano: “Bisogna chiudere la Miteni e cercare una nuova falda acquifera”. Tutto questo nonostane Antonio Nardone, a.d. dell’azienda, sostenga che dal 2011 in fabbrica non sono più stati realizzati composti a lunga catena.

Le responsabilità di questo grave inquinamento sono state ridistribuite in quanto l’inquinamento delle acque della zona nasce, secondo quanto dichiarato dal Tribunale delle acque di Venezia, da una concentrazione di varie aziende e non è solo colpa dell’industria chimica in questione.

Le indagini intanto vanno avanti grazie al lavoro dell’Istituto superiore di sanità e al professor Tony Fletcher, quello della vertenza DuPont.

22 marzo 2017
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