Accumulo compulsivo di animali: colpisce più le donne

L’animal hoarding, conosciuto anche come accumulo compulsivo di animali, è un problema psicologico divenuto negli ultimi tempi sempre più di attualità. La cronaca riporta di sovente casi di proprietari pronti ad accudire centinaia di esemplari all’interno di piccoli appartamenti, spesso in condizioni di vita non consone, e anche l’universo televisivo se n’è interessato con alcuni programma a tema. Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Psychiatry Research e condotto in Brasile dalla Pontifícia Universidade Católica do Rio Grande do Sul, ha voluto chiarire alcune caratteristiche del disturbo. E, dai dati raccolti, è emerso come la condizione colpisca maggiormente le donne.

I ricercatori hanno analizzato le caratteristiche psicologiche di un gruppo di diagnosticati accumulatori di animali: 33 individui che, in totale, hanno tentato di accudire 915 cani, 382 gatti e 50 pennuti. In media, ogni persona ha raggruppato 41 esemplari, di frequente all’interno del proprio appartamento o comunque in spazi lontani dalle necessità tipiche delle specie d’appartenenza. Il campione dei partecipanti allo studio è stato costruito in modo da risultare rappresentativo della popolazione affetta dal disturbo e, proprio dalla definizione del campione, è emerso come l’animal hoarding veda tra le proprie fila circa il 75% di donne.

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Gli studiosi hanno cercato di capire se la problematica potesse presentare delle sovrapposizioni con un altro disturbo simile, ovvero l’accumulo compulsivo di oggetti. È però emerso come, mentre chi conserva un grande numero di oggetti non sempre stringe un rapporto affettivo con gli stessi, per gli animal hoarder si viene a creare una sorta di legame psicologico con ogni quadrupede in possesso, si tratti di un cane, di un gatto o di qualsiasi altra specie.

Data la maggiore diffusione femminile del disturbo, i ricercatori hanno quindi cercato di comprendere se vi fossero delle caratteristiche, principalmente sociali, che potessero spiegarne una più estesa predisposizione. Dai dati raccolti, è emerso come la maggior parte delle accumulatrici viva in condizioni di solitudine, sia per l’assenza di una relazione amorosa che per la mancanza di un supporto nella fase terminale della vita: oltre il 60%, infatti, si trova nella terza età. È quindi possibile che l’animal hoarding risponda alla necessità di un conforto emozionale per la propria condizione di solitudine, un fatto quest’ultimo presente anche nella componente maschile dei partecipanti:

In merito allo status relazionale, si osserva come la maggior parte degli individui non abbia un partner e viva da sola. In questo senso, vivere con gli animali potrebbe aver fornito un conforto emozionale per quelle persone che presentano difficoltà nelle relazioni affettive.

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Sebbene sui media non capiti di rado l’animal hoarding venga trattato con toni di disapprovazione, condanna o anche di derisione, non bisogna dimenticare come il disturbo non affligga unicamente gli animali coinvolti, ma gli stessi proprietari, i quali hanno bisogno d’aiuto e supporto continuo. Nella quasi totalità dei casi, infatti, si tratta di individui tutt’altro che desiderosi di provocare dolore e sofferenza agli amici quadrupedi, a cui è sfuggita la capacità di controllo. È quindi indispensabile un percorso con specialisti, in particolare psicoterapeuti, per garantire agli stessi un distacco progressivo e sereno dalla spinta all’accumulo, volto al miglioramento della qualità della vita.

21 settembre 2017
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